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Pingyao. La città degli spiriti e l’albero di ailanto

Scritto da Antonella Di Tillo il 15 Gennaio 2013 in Mappe

Viaggiare, partire, lasciare un luogo per uno diverso non è immediato, non è semplice; siamo in Cina. E vogliamo muoverci assieme ai cinesi, con i loro modi.

 

Abbiamo acquistato i biglietti del treno per Taiyuan direttamente alla reception del nostro ostello. Ci hanno detto che, per raggiungere da Pechino la cittadina storica tra le meglio conservate della nazione, ovvero Pingyao, è più semplice prendere un treno fino alla capitale dello Shanxi, e da lì un autobus.
 

Nulla è mai come ti dicono, qui. Ce ne accorgeremo presto, premio la perdita del treno, e una banale caduta durante l’attraversamento pedonale che mi costa quasi un multiplo investimento e una bella escoriazione al ginocchio destro (quello che non era gigio) ed eccomi ora, a stento lo piego.

 

 

Dovrò dire addio ai miei sogni di yoga sulle montagne sacre, ai saluti al sole che speravo di imparare meglio, eseguendoli in stretto rapporto con questa natura.

 

Nulla è mai semplice, nulla è come vi è stato detto. Nonostante i calcoli minuziosi e maniacali sulle tempistiche per raggiungere la stazione est della città, il tassista riesce a farci perdere nel traffico. “La retta è per chi ha fretta” diceva Giovanni Lindo Ferretti, quando scriveva i suoi pezzi per l’album Tabula Rasa Elettrificata, di base in Mongolia. Ed è così che va. Capiamo presto che la logica che guida un comune mortale nell’unire due punti a e b attraverso una linea retta, non appartiene al tassista cinese. Assieme a ciò, egli ignora del tutto il concetto di ‘‘ora’’ inteso come “questo momento” e di “fretta”. Per lui andare in stazione non significa che c’è un treno da prendere ora e che si rischia di perderlo. Per lui siamo  “viaggianti” “in partenza” e questo fa di noi tali per sempre. Siamo quelli che “vanno”, “vanno via, prendono un treno”, forse. Prima o poi.

 

A Pechino ci sono svariate stazioni dei treni, come scopriremo più avanti, la stazione Sud è quella più avveniristica fra tutte, perché è da lì che partono i bullet train per Shanghai. Ma la stazione est non è moderna.

 

Il primissimo impatto avviene con i cartelloni degli orari, la cui logica, appunto, oltre alla lingua, ci sfugge. E la lasciamo fuggire. D’altra parte abbiamo perso il treno, io ho un ginocchio sanguinante e un leggings strappato e non è facile insomma, no. Una medicazione e bendaggio di fortuna viene approntata nell’interregno che va dal pasto alla salita sul treno.

 

Scopriamo che bisogna stare tutti in fila di fronte al gate, un’ ora prima che il treno arrivi. Veniamo minuziosamente controllati, spinti, in coda, ammassati. Curiosi, ci guardano senza vergogna. E’ gente di campagna, questa, gente che torna in provincia. Infagottata porta fagotti, bambini, uniformi logore. Le donne si tolgono le scarpe, gli uomini appoggiano la testa alle mani e i gomiti da qualche parte appena possono, per dormire. Sono tutti stanchi. Abbiamo dei posti prenotati, se così posso dire. Ma il treno su cui saliamo è un treno di terza o quarta categoria, è fatto per lunghi tragitti, decine e decine di ore. Non ci sono posti nel senso classico del termine, ma tre file di cuccette disposte per lato della cabina, quindi sei cuccette per cabina. Quando non si dorme, le persone si siedono a tre e tre sulle cuccette e si mangiano in faccia. Le cabine non hanno porte, il treno è pieno. Anche se il controllore della carrozza ghermisce due donne ree di averci occupato i posti a sedere, noi decliniamo l’invito ad accomodarci. Restiamo nel corridoio, sui seggiolini, perché siamo stanchi e un po’ schifiltosi. Vorremmo sbattere gli occhi e scoprire che il treno che intanto è partito, e sul quale faremo notte, non è in fondo così disperato.

 

Quando si viaggia, in Cina, abitualmente si mangia. A qualunque ora, qualunque cosa: soprattutto sementi di vario tipo e noodles precotti su cui si fa scorrere acqua calda (fornita da un distributore a bordo di ogni carrozza del treno). È la normalità. Ma noi no. Guardo fuori. E ancora fuori guarderò sul secondo treno, preso al posto dell’autobus-che-non-c’era. Altre lunghe ore dentro un trenino ancor più malmesso. Tramonta, intorno, su casette sempre più piccole. La terra è rossa e verde, tagliata in canyon come una torta enorme, a fette, a crepe. Miniere. Miniere ovunque. Fumi, tossici mi dico. Guardo i volti dei miei compagni di viaggio e vedo nei loro il completo disinteresse verso il paesaggio, come succede esattamente a tutti quelli che vi sono immersi fino ad esserne essi stessi parte. Ammetto a me stessa che avrei difficoltà a distinguere uno di questi volti da quello accanto. Se la receptionist dell’ostello in cui sono stata per ben 6 notti viaggiasse al mio fianco, probabilmente, non la riconoscerei per dire. Me ne vergogno. Ma è la verità.

 

Fa buio. Mi rifletto sui finestrini sporchi di questo treno che si inoltra nel buio. Non conosco il cinese, solo, riesco a riconoscere alcuni ideogrammi perché ho studiato un po’ di giapponese all’università, ma da questi ideogrammi delle stazioni via via più minuscole che superiamo, non riesco davvero a capire dove siamo.  Finché l’orologio dice che saremmo dovuti arrivare da pochi minuti. Ed ecco, la stazione di Pingyao, la più piccola fra tutte quelle superate. Sarà questa?

 

Nel frattempo il treno si muove con il suo carico di persone addormentate e sparisce nel buio. Fuori la stazione, come sempre come ovunque, cerca-turisti provano in ogni modo a guadagnare con noi un’altra tazza di riso. Ma siamo stanchi, non abbiamo voglia del clash culturale stasera, o meglio, ne abbiamo avuto abbastanza per oggi. Decidiamo di inoltrarci verso la città antica a piedi e, almeno per un po’ è così che facciamo, zoppicando.

 

Ma gli zaini, le 14 ore di viaggio e, francamente, un maestoso senso di vuoto e perdita di interesse ci coglie a metà strada. Saliamo su un risciò. “Non lasciate incustoditi gli zaini li nel retro”, fa il cinese. Capiamo che questa è una cittadina dove la gente si fa pochi problemi, in generale. Il che, sommato alla stanchezza e al modo assurdo di guidare del cinese, ci infila un senso di freddo fin nelle ossa. La città, buia e vuota, è antica. Cardi e decumani, cardi e decumani, cani che abbaiano dietro portoni di legno decorati. Il primo approccio è un po’ come dire spaventoso, buio com’è e stipato di vocii sommessi. È quasi mezzanotte, abbiamo un alberghino ad attenderci, prenotato con un’applicazione del melapad. Fa strano il solo pensare che una cosa così sia possibile, in questo momento. Una applicazione per un tablet. Chissà dove finiremo.

 

Lanterne rosse in fila in un vicolo, risuona nell’aria la musica tradizionale dell’ Opera di Pechino, una signora scosta una tenda fatta di canapa. Siamo arrivati alla pensione. Salutiamo il cinese del risciò che va via, e anche i cinesi che lavorano nella pensione, che si intrattengono nella sala d’ingresso giocando rumorosamente a mahjong. Per fortuna, siamo finiti in una casa tradizionale molto bella, dal sapore quasi himalayano. Le signore della reception sono gentili, la nostra stanza è in fondo al giardino, a sinistra. Isolata, con una minuscola coorte di fronte, arredata da un tavolo con sedie di pietra e una fontana ribollente di muschi.

 

 

E’ un casa tradizionale, il cui letto kang ci colpisce immediatamente. Letto fatto di mattoni che in epoche antiche venivano riscaldati, sotto il materasso, durante l’inverno. Sul letto una cortina di taffettà e velluto rossa, una lampada a muro in legno lavorato, rossa. Completamente indipendenti, del tutto avvinti, chiudiamo la porta dalle decorazioni a svastiche sul cortile verde e bianco di marmo e muschio. Spegniamo ogni fonte di luce ulteriore che non sia la lampada piccola e solitaria sul letto, e abbassiamo anche le cortine.

 

Sogno. L’albero di ailanto di Zhuang-zi. Sono passati 11 anni ormai, quando appuntavo questa lezione del professor Peternolli. L’albero, nodoso e vecchio al punto da non poter essere lavorato se non con enormi fatiche, veniva per questo risparmiato, mentre altri, più giovani, cadevano sotto le scuri dei falegnami, per diventare tavoli e mobili. L’albero di ailanto, spiegava, doveva la sua vita alla sua inutilità. Sono sdraiata sotto le sue fronde verdi, in un giardino ricco di bambini, qui da qualche parte, nella notte stellata di Pingyao. E, prima che albeggi, ritorno al mio corpo, nella mia stanza.

 

E’ per via della sua inutilità che questo luogo è sopravvissuto alle ruspe e al disastro urbanistico che sta fagocitando la Cina, da dopo il comunismo ad oggi. Pingyao era un importante centro commerciale e bancario, una Siena, del periodo antico, situata tra le due storiche capitali di Beijing e Xi-An. Qui è stato inventato il primo assegno datato al mondo, qui le strade della finanza convergevano da tutta l’Asia. Poi, il decadimento. Centinaia di anni di un bel nulla proprio dentro il dimenticatoio. E per fortuna. Eccola qui. Mentre altrove nella sterminata Cina vengono distrutte le mura antiche della città.
Museo a cielo aperto. Bella. Originale, finalmente. Lo scorcio più storico che avremo del nostro viaggio.

 

Più volte, parlando di Cina, ci troviamo a parlare di tematiche come restauro, copia, falso, della tematica in generale della conservazione del passato. Come italiani per noi il concetto di originale è fortemente connaturato con quello di valore morale; per chi ha inventato ed esportato il restauro come tecnica scientifica, l’incontro con la Cina è grave, per almeno due motivi: non solo il comunismo ha distrutto il ricordo del passato, ma la Cina stessa si fonda su una concezione differente di copia. Nella pittura ad esempio, la copia avveniva perché l’allievo si impadronisse di uno stile; e lo stesso concetto di autentico è diverso, ad esempio in architettura vengono considerati autentici edifici rinnovati. Il concetto di unicità è frutto del Romanticismo, così come quello di artista, ed è a partire da questo nostro che giudichiamo gli altri.

 

Il punto non è quindi che loro sono così, piuttosto che noi siamo così.
Le strade della città storica sono oggi negozi di dolciumi, ristoranti, pensioni, farmacie, antiquari, di tutto un po’. Ogni negozio è un mondo a sé, decorato nei minimi particolari, legno intagliato e dipinto in fogge sempre diverse, uniche. Un universo di motivi, legati tra loro da rimandi di significati e simbologie antiche. Ci sono molti turisti, la maggior parte  dei quali cinesi, alcuni persino italiani. La vista dall’alto spazia, sui tetti di una città ordinata e perfetta, tanto da sembrare finta; la vista notturna, fatta di vicoli bui e lanterne rosse a centinaia, strega. Dentro una di queste bagua è stato girato “Lanterne rosse”. Ancora veniamo fermati in strada per delle foto. C’è un diffuso senso di pace. Non sempre le cose procedono uguali a se stesse e venire qui è stata un’ottima idea, perché la città riluce di quel valore che l’originale possiede, valore legato, come diceva Cesare Brandi, alle intenzioni originarie dell’opera (d’arte), valore che manca quindi alla copia perché frutto di intenzione diversa.

 

I dolci dell’imperatore sono dei cubi di zucchero e miele, lavorati in successive sfoglie di ragnatela che vengono poi avvolte. Mangiamo questi e fette di zenzero candito, beviamo tè verde giapponese senza zucchero, mentre il sole oro e viola frusta Pingyao al tramonto. C’è persino una piccola chiesa, costruita sulle spoglie di una sinagoga, ma sembra abbandonata. Nel suo recinto di mattoni grigi, le ombre si allungano al calare del sole. La terra arancione e il cielo celeste mi catapultano in Messico, tale è la incredibile somiglianza con quelle chiese. Strano, strano incrocio di vettori stilistici e storici questa città.

 

Ecco cosa mi ricorda, l’anime Sen no Chihiro no Kamikakushi di Hayao Miyazaki ( Spirited Away in inglese ), e io sono Chihiro, la ragazzina che si inoltra nell’ onsen degli spiriti. Giorni fa mi chiedevo se esistessero case infestate, ed ecco un’intera città piena di spiriti, che siano stati loro, gli spiriti, a nascondere la città agli sguardi del governo centrale per così tanto tempo?

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