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Territori fragili. La cura come pratica di progetto

Scritto da Claudia Mattogno il 1 Agosto 2012 in Metropolis

Il convegno “Ri-costruzioni. Progetti di rinascita di luoghi e comunità” era stato pensato per proporre spunti di riflessione e metodi di approccio progettuale attorno ai problemi posti dai territori fragili, ovvero quei territori che hanno subito eventi disastrosi, esito per così dire di calamità naturali, o di aggressioni causate da una massiccia antropizzazione, attenta solo ai profitti immediati ma incurante delle caratteristiche del territorio.

 

Non avremmo mai pensato di doverci trovare a discutere, all’inizio del giugno 2012, così a ridosso di un’altra serie di eventi dolorosi, come quelli che hanno colpito l’Emilia nei giorni precedenti. La distruzione apportata da quelle tremende, continue scosse di terremoto, che così profondamente e ripetutamente hanno investito le zone fra Modena e Ferrara, rende ancora più amaro, oggi, avviare una discussione sul senso e sulle modalità dell’argomento ri-costruzione. Ci troviamo, infatti ancora una volta, l’ennesima da diversi anni a questa parte, a dover provvedere in termini di emergenza nei confronti di intere popolazioni che sono state costrette ad abbandonare le loro case per motivi di sicurezza e che hanno dovuto trovare ricovero in tende e container provvisori. Ancora una volta ci troviamo ad ipotizzare tragiche “fatalità”, facendo riferimento ad eventi che vogliamo definire naturali, ma che in realtà derivano dall’insipienza del nostro operato sul territorio. Ancora una volta ci troviamo a trattare con emozione e rabbia argomenti che richiedono, invece, altri più meditati e sistematici approcci. A partire da una diffusa e strutturata attività di prevenzione, accompagnata da pratiche condivise, saperi e documentazioni tecniche aggiornate, consapevolezza dei rischi, controlli adeguati e rispetto delle regole.

 

Dobbiamo prendere atto che il territorio del nostro abitare è fragile. È una creatura viva che ha bisogno di cure, attente e quotidiane.

 

È fragile perché tutta la nostra penisola ricade in una zona fortemente sismica. È fragile perché l’abbandono e l’incuria hanno preso il posto di quelle attività agricole che contribuivano anche alla messa in sicurezza di pendii e aree boschive. È fragile perché abbiamo costruito dovunque e comunque, anche negli alvei dei fiumi, nelle pieghe dei torrenti, sulle rive del mare.

 

È un territorio fragile perché abbiamo la “memoria corta” e la dissennata tendenza a dimenticare quanto accaduto anche nel recente passato. L’alluvione del Polesine appare un evento remoto: era il novembre del 1951, più di mezzo secolo fa’. Il suo tragico ricordo in bianco e nero appartiene ad un’Italia affranta e impoverita appena uscita dalla seconda guerra mondiale. Sottovalutazione delle circostanze e carenze nella diffusione delle informazioni di allerta, disorganizzazione e incapacità di gestione degli apparati di prevenzione e protezione, all’epoca praticamente inesistenti e lasciati alle episodiche azioni di volontariato degli abitanti, inadeguatezza delle opere di contenimento idraulico, si aggiunsero alle avverse condizioni climatiche e determinarono un’immane catastrofe, segnata anche da conflitti istituzionali che rallentarono le decisioni, sia nella risposta immediata alla situazione di emergenza sia nella fase di ricostruzione.

 

Le immagini della sciagura e le circostanze che la determinarono sono ancora vivide nella memoria di molti, e sembrano purtroppo tracciare il quadro di una situazione priva di sostanziali modificazioni. Da allora, la ricostruzione, il boom economico, la rete autostradale, le grandi periferie metropolitane hanno disegnato un paese diverso e più ricco, ma non per questo più attento ai valori del territorio, utilizzato dovunque solo come piano indifferenziato di costruzione. Gli esiti di questa massiccia antropizzazione, assieme agli abusi edilizi e al consumo indiscriminato di suolo, hanno determinato una condizione così generalizzata di dissesto che ogni fenomeno di maltempo, ogni nubifragio, si trascina dietro un’alluvione, una catena di smottamenti e frane, rischi di rottura degli argini dei fiumi, pericolo di esondazioni.

 

Alcuni giornalisti hanno scritto che in Italia si muore di maltempo. Da quel lontano novembre 1951 molti, troppi, sono stati gli eventi luttuosi attribuiti a cause cosiddette naturali. Senza farne un elenco, che comporterebbe pagine e pagine di date, possiamo citare che Genova, così duramente colpita dalla piena e quindi dall’esondazione del fiume Bisagno nel novembre 2011, lo era stata già e a più riprese nell’ottobre 1970, nel settembre 1992, nell’ottobre 2010. Si tratta sempre di eventi annunciati con le piogge autunnali, la cui ripetizione a cadenza sistematica non riesce ad innescare una logica di interventi strutturali, ma evoca, invece, altre e ripetute tragedie, come la frana di Sarno nel maggio 1998, palese espressione di un altro dissesto cui abbiamo assistito impotenti e incapaci.

 

Il nostro è un territorio fragile perché lavoriamo sempre, e male, in un’ottica di emergenza, realizzando sistemi di difesa al posto di interventi strutturali.

 

L’importanza di configurare approcci strategici di prevenzione e programmazione, con uno sguardo di lungo periodo, nel nostro paese ha sempre ceduto il passo davanti all’esiguità delle risorse, alla mancanza di una visione collettiva, all’incompetenza mascherata da fatalità.

 

Ed è proprio a partire dalle competenze che dobbiamo riallacciare con il territorio dei legami di senso che possano stabilire con esso degli approcci di tipo integrato che tengano conto delle caratteristiche fisiche e idrogeologiche, della qualità dei paesaggi, delle stratificazioni storiche. Troppo spesso ci siamo appoggiati esclusivamente ai progressi delle tecniche di costruzione che rendono ormai possibile ogni tipo di spavalda prodezza, ovunque. Ma anche l’edificio realizzato con il più meticoloso rispetto della normativa antisismica può sbriciolarsi a terra in pochi secondi se il suolo su cui sorge non è adeguato, come purtroppo si è verificato lo scorso maggio in Emilia.

 

Ristabilire l’identità dei luoghi che hanno subito lacerazioni diventa, dunque, elemento centrale e fondativo di un approccio più attento che sappia coniugare i saperi esperti e le adeguate competenze assieme al recupero del significato morfologico ed emozionale dei luoghi stessi, al lavoro sulla memoria per non dimenticare la portata delle stratificazioni storiche e sociali, al racconto dei vissuti, all’immaginario e ai desideri, senza lasciarsi prendere da rabbia o scoramento.

 

Dobbiamo recuperare un principio di continuità e riannodare i legami di senso intessuti con gli spazi, le cose, le persone. L’urbanizzazione contemporanea, infatti, ha brutalmente disconosciuto il senso della continuità con la struttura geografica e i caratteri idrogeologici del sito, con effetti rovinosi che ora sono sotto gli occhi di tutti.

 

Il suolo non può continuare ad essere considerato una piatta superficie da saccheggiare. Le sue pieghe non devono essere negate perché semplici impedimenti ad uno sfruttamento edilizio.

 

Il territorio che abitiamo, e che è oggetto di una continua trasformazione fisica attraverso l’attività progettuale, è un territorio stratificato che ha una dimensione oggettiva e concreta, delimitata da confini e da segni di riconoscimento: è un’espressione geografica, politica e sociale. È uno spazio fisico nel quale le singole comunità si riconoscono e che “difendono”. È uno spazio fisico in cui si accumulano vissuti e storie, pratiche istituzionali e legami affettivi, modelli culturali e consuetudini sociali. Il territorio è allo stesso tempo entità fisica e concettuale, stratificata nel tempo, esito di processi storici e geografici, così come di interazioni politiche, sociali ed economiche.

 

Il territorio riflette le scelte compiute, così come quelle subite. Il territorio è il nostro patrimonio, inteso nella sua accezione spaziale, ulteriormente declinabile come patrimonio edilizio, architettonico, monumentale, urbano, paesistico. Tale significato fa riferimento alle riflessioni condotte da tempo, e a più riprese, da Françoise Choay, che ne parla nel testo L’Allegoria del Patrimonio, pubblicato nel 1992, come nel più recente Il patrimonio in questione: antologia per una battaglia (in francese suona in maniera ancora più esplicita: anthologie pour un combat), che già nel titolo esprime con efficacia le difficoltà, ma anche lo slancio e l’impegno profusi per una presa di coscienza allargata a tutti, e non solo agli specialisti di settore.

 

Nella sua accezione originale, il termine patrimonio, che deriva dal latino, indica i beni trasmessi per eredità dai genitori ai figli. A partire dal XIX secolo, con la presa di coscienza dei pericoli e delle minacce generate dall’industrializzazione, questo termine ha cominciato ad indicare la totalità dei beni ereditati dal passato, fino a comprendere, più recentemente, non solo i beni di valore storico, architettonico e urbano, ma anche quelli di carattere naturale e paesistico, culturale, antropologico, fino ad incorporare, in maniera sempre più inclusiva, anche le tradizioni culinarie e quelle folcloristiche. Ma se lo intendiamo nella sua accezione originaria, come un bene che comprende la città intera, che abbiamo ereditato dal passato e che vogliamo trasmettere alle generazioni future, possiamo attribuirlo alla città dell’Aquila, che ho abitato per lunghi anni fino al 6 aprile 2009.

 

Il patrimonio non è soltanto quello monumentale, pure prezioso e insostituibile componente dell’identità e della storia di ognuno di noi: non deve essere limitato a quello di un passato remoto, ma riferirsi anche a quello che appartiene al nostro passato recente e che investe la componente urbana nella sua interezza, fatta di spazi pubblici, di luoghi di incontro e di scambio sociale, di vissuti, di paesaggi, di territori. È insomma il patrimonio dell’abitare che rende ogni città non soltanto uno spazio fisico ma anche e soprattutto un luogo di vita sociale.

 

Ma gli spazi de L’Aquila, sia quelli del centro storico così come quelli della periferia, sono stati talmente devastati che, distanza di tre anni, sono ancora molte le incertezze riguardo ai modi e ai tempi della ricostruzione, e molti sono i dubbi in merito alle possibilità di una rinascita dell’economia e della vita collettiva. Finora non è purtroppo emersa né una visione complessiva dell’assetto auspicato della città, né una strategia sul ruolo che questa città si troverà a svolgere nell’immediato futuro.

 

La cura come pratica di progetto

 

In un quadro territoriale, ma direi anche esistenziale, così gravemente compromesso, emerge l’esigenza di affrontare il progetto attraverso il tema della cura, una pratica complessa che si riferisce a un sistema di attività, di azioni multiple, di processi di responsabilizzazione riferiti a una presa in carico, a un impegno nei confronti di qualcuno o di qualcosa. Essa si basa su un presupposto fondamentale che è quello di un soggetto che entra in relazione, con qualcuno o con qualcosa. È un impegno concreto e attivo che rientra in una dimensione etica e di responsabilità fondata su criteri concreti e contestuali di interdipendenza e di relazioni.

 

Ovviamente la pratica della cura richiama, in maniera immediata, il lavoro femminile dell’accudire domestico e dell’attenzione alla gestione delle complessità, e come tale è stata confinata a lungo e marginalizzata esclusivamente nell’ambito privato. La cura è, invece, una pratica di consapevolezza che supera l’idea convenzionale e riduttiva di accudimento e di dedizione altruistica e che, invece, integra una più ampia dimensione emotiva ed empatica. Essa implica tre momenti fondamentali: la cognizione, ovvero il riconoscimento, l’emotività e l’azione. E come ben argomenta Elena Pulcini nel suo bel volume La cura del Mondo, la cura è un impegno capillare e quotidiano che richiede: il coinvolgimento emotivo del soggetto assieme a un assunzione di responsabilità; la capacità di mettersi in gioco di fronte alla molteplicità delle situazioni in cui ci si trova ad agire; la determinazione di ottenere degli effetti, ovvero di raggiungere degli obiettivi.

 

La pratica della cura può contribuire a contrastare le patologie di un individualismo sempre più dominante, attraverso il recupero di forme di alleanza e di solidarietà, in opposizione alle dinamiche di esclusione.

 

In ambito urbanistico, e più in generale in ambito progettuale, l’assunzione di responsabilità, la motivazione etica, e quindi la pratica della cura, comportano la prefigurazione di un’immagine del futuro, un’immagine che si riferisce, in senso più ampio, alla prefigurazione del mondo che vogliamo abitare, trasformare, modificare, costruire. E di conseguenza, significa pensare anche alla forma di questo mondo, una forma che appaia adeguata a quello che vorremmo fossero le condizioni di vita, nostre e delle generazioni dopo di noi. La cura implica un rapporto stretto con i luoghi, con un contesto di riferimento nel quale si è inseriti. Ed è proprio il legame con il territorio e le sue stratificazioni fisiche, storiche e sociali che deve guidare il nostro operato a fronte di una drammatica, quanto illogica, dispersione urbana attualmente in atto che rischia di compromettere in maniera irreversibile e definitiva il grande patrimonio rappresentato dagli spazi aperti del territorio.

 

La storia dell’Aquila ha conosciuto frequenti interruzioni ed ha assorbito nei secoli quindici terremoti. E quello che un tempo era un fertile legame di continuità tra contesto naturale e struttura artificiale si è ormai allentato, fino a negare, con gli insediamenti più recenti, i principi di un’identità storica e territoriale per acquisire, invece, banali stereotipi che hanno accumulato sul territorio enormi e scadenti quantità edilizie cui si sono aggiunte, di recente, le cosiddette new town e le successive innumerevoli costruzioni di ogni genere e tipo, dalla connotazione apparentemente provvisoria. E mentre il centro storico è così danneggiato da essere completamente svuotato da ogni forma di vita in quanto case e negozi, uffici e scuole, chiese e teatri sono vuoti simulacri dove le facciate ancora in piedi non arrivano a nascondere gli sfregi rovinosi dei crolli, la periferia è disastrata, schiacciata dall’inatteso, ma non inspiegabile, collasso di una parte degli edifici più recenti e dalla saturazione di una rete viaria disorganica quanto dissennata.

 

Il territorio, quell’ampia dimensione che si dilata nei suoi 467 kmq lungo la conca dell’Aterno, dalle pendici maestose del Gran Sasso fino ad affacciarsi sulla catena del Sirente, è frantumato in pezzi sparsi e incoerenti con alternanze sconnesse di nuclei industriali in riconversione e centri commerciali accerchiati da parcheggi. Masse boschive, tessiture dei campi, trame delle alberature e degli antichi tratturi riemergono qua e là, lasciando trasparire i resti di un assetto rurale dalle connotazioni aspre e riconoscibili, appena addolcite dalle punteggiature dei mandorli ormai inselvatichiti. Significati e memorie permangono nonostante le ferite, e si rendono ancora visibili, assieme alle antiche strutture spaziali, se si ha la pazienza di esercitare uno sguardo attento senza fretta. Fino agli anni Cinquanta, la città ha mantenuto, seppur con estrema difficoltà, il senso di un rapporto con il suo intorno che era alla base della sua ragione di vita, come testimonia la sua fondazione, avvenuta a metà del XIII secolo, in ragione di un’economia basata sull’allevamento e la produzione di lana. Le vicende seguenti hanno sempre più estraniato, da questo fertile legame, quella continuità tra contesto naturale e struttura artificiale disconoscendo il senso della continuità fra insediamento urbano, struttura geografica e relativi caratteri idrogeologici, con effetti rovinosi che ora sono sotto gli occhi di tutti.

 

Il suolo non può continuare ad essere considerato una piatta superficie da saccheggiare e le sue pieghe non devono essere negate perché semplici impedimenti ad uno sfruttamento edilizio. La geografia del territorio e le sue ragioni devono ricomparire nel progetto di trasformazione come elementi fondativi da cui partire per dare vita ad una ripresa in cui la memoria sia nuovamente fonte di identità e di sicurezze future, dove il paesaggio sia un dialogo costante fra passato e presente, dove gli spazi aperti assumano il ruolo di rinnovata struttura generativa.

 

È questo il nostro patrimonio più prezioso e di questo patrimonio dobbiamo prenderci cura con responsabilità condivise, come abitanti e come progettisti. La nostra visione di futuro deve essere costruita sul ruolo degli spazi aperti come rinnovata struttura generativa e sul paesaggio come segno concreto di un dialogo costante fra passato e presente, come rapporto fecondo tra artificio e natura all’interno di un palinsesto la cui trama rimane segnata da forti permanenze, ma i cui segni vengono continuamente modificati e aggiornati in maniera sensibile e attenta.

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