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Indagine sulle imprese che investono in cultura: risultati ed analisi dei comportamenti aziendali

Scritto da Paolo Bertani il 15 Settembre 2009 in Gestire cultura

In seguito all’andamento altalenante della spesa pubblica in cultura nel corso degli ultimi quindici anni, le riflessioni di studiosi e addetti ai lavori si sono con il tempo spostate verso l’analisi di forme di finanziamento alternative a quella pubblica. A questo proposito, nel corso degli anni novanta si sono registrate la vertiginosa crescita delle sponsorizzazioni in ambito culturale e l’importante contributo fornito dalle fondazioni di origini bancarie a sostegno dell’arte e della cultura.

 

1. Premessa

In seguito all’andamento altalenante della spesa pubblica in cultura nel corso degli ultimi quindici anni, le riflessioni di studiosi e addetti ai lavori si sono con il tempo spostate verso l’analisi di forme di finanziamento alternative a quella pubblica.
A questo proposito, nel corso degli anni novanta si sono registrate la vertiginosa crescita delle sponsorizzazioni in ambito culturale e l’importante contributo fornito dalle fondazioni1 di origine bancaria a sostegno dell’arte e della cultura2.
Nell’anno 2000, in coincidenza con lo stabilizzarsi delle cifre rese disponibili da sponsorizzazioni e fondazioni, il legislatore ha deciso di porre mano alla normativa sulle erogazioni liberali con l’art. 38 della legge 342/2000. Negli anni successivi la legge è stata integrata da circolari esplicative e decreti ministeriali3 che hanno contribuito al riordino della fattispecie, regolamentata fino a quel momento da normative disorganiche e poco chiare.
Le chiare intenzioni della norma erano quelle incrementare le risorse disponibili, oltre a sbloccare quella che si credeva potesse essere una nuova ed importante risorsa privata in favore della cultura4. Purtroppo i dati forniti dal Ministero, evidenziano come queste aspettative siano state rispettate solo in minima parte, dal momento che in nessuno degli anni di applicazione della legge è stato neanche avvicinato il tetto di spesa complessivo5 imposto per suddetta norma (tab.1).
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2. Obiettivo e procedura metodologica dell’indagine

Sul modello della ricerca effettuata da John O’Hagan (2000) in Irlanda, si è indagato, tramite un’indagine presso le aziende, sull’ordine d’importanza tra le motivazioni che spingono le imprese ad investire in cultura, e quali degli aspetti della legge sulle erogazioni liberali venga considerato utile o meno. Applicando questo modello di indagine al caso italiano, sono stati poi posti quesiti su quale tipo di attività venisse sostenuta dalle aziende, per mettere in evidenza eventuali connessioni tra queste e le diverse tipologie di finanziamento utilizzate. Nel contesto della ricerca si è anche analizzato il rapporto esistente tra i soggetti beneficiari e quelli erogatori, e tra questi ultimi e la pubblica amministrazione ai suoi vari livelli.
I dati pervenuti sono stati in seguito scomposti per dimensione aziendale, grandi e medio/piccole (PMI). Questa divisione dei risultati ha permesso di comprendere meglio alcune dinamiche, che in un quadro generale sarebbero state maggiormente complesse da individuare. Successivamente si è proceduto ad un’analisi focalizzata sulle aziende utilizzatrici dell’art. 38 della legge 342/2000.
Il questionario, non potendo fare affidamento su un campione rappresentativo di tutte le realtà esistenti, è stato formulato al fine di ottenere una rilevazione di tipo qualitativo.

 

3. I Principali risultati forniti dall’indagine

 
3.1 Composizione del campione
Per quanto riguarda la composizione territoriale del campione, le risposte sono giunte per la maggior parte da Lombardia e Lazio, non mancano però presenze di altre regioni, quasi tutte concentrate nel centro-nord.

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Poco meno del 10% delle imprese ed enti contattati ha manifestato interesse per la ricerca compilando l’intero questionario (39 su 416). Il risultato della ripartizione tra grandi e piccole e medie imprese ha visto un sostanziale equilibrio, con 21 grandi aziende e 18 piccole e media imprese6.
La composizione merceologica risulta piuttosto eterogenea con una leggera prevalenza dei settori dell’arredamento e di quello creditizio ed assicurativo; interessante anche la presenza del settore alimentare, con due realtà di questa categoria operanti nell’agricoltura.

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3.2 Figure professionali coinvolte nella decisione dell’investimento culturale

Per quanto riguarda la figura professionale responsabile degli investimenti culturali, sono presenti numerose risposte multiple (circa il 60%), a conferma del fatto che spesso questo genere di decisioni non sono frutto di una singola volontà, ma rispondono sempre di più a logiche aziendali e di marketing.
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Il ruolo del presidente riveste una grande importanza in entrambe le categorie di imprese ma, se nelle medie e piccole viene citato come elemento chiave a livello decisionale dal 39% del campione, nelle grandi questa percentuale arriva a superare il 60%.

 

3.3 Motivazioni che spingono le aziende ad investire in cultura

Nella domanda riguardante i motivi dell’investimento culturale è stato richiesto di classificare per ordine di importanza le finalità aziendali sottese all’investimento culturale, con un minimo di 3 corrispondente ad una minore importanza, fino ad un massimo di 1 per la massima rilevanza.
Nella tabella sono stilate le percentuali di risposta per ogni categoria, sul fondo sono calcolate le medie ponderate delle singole risposte.

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I risultati evidenziano come la responsabilità d’impresa sia la prima motivazione che muove l’azienda verso questo tipo d’investimenti, seguita dalla possibilità di raggiungere un target specifico di clienti.

 

3.4 Tipologie di intervento e grado di coinvolgimento
Al primo posto nelle preferenze espresse si trovano in entrambe le categorie le attività museali od espositive seguite, per quanto riguarda le grandi imprese, dagli spettacoli dal vivo e dalla conservazione e salvaguardia del patrimonio; le piccole e medie, al contrario, prediligono la produzione letteraria e artistica, che precede nelle preferenze gli spettacoli dal vivo. Queste divergenze tra le due categorie possono esser spiegate oltre che con il maggiore impegno economico necessario nelle attività di conservazione e restauro, anche per la maggiore visibilità che offrono, ad esempio, gli spettacoli dal vivo.

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3.5 Rapporto P.A. e comunicazione degli investimenti

Il quesito riguardo il rapporto dell’azienda con la pubblica amministrazione prevedeva due tipologie di risposta: la prima sulla condotta dell’amministrazione centrale e la seconda sugli organi periferici e l’amministrazione locale.
Il dato che sorprende è quello riguardante l’amministrazione locale; se infatti nelle grandi aziende troviamo una percentuale di oltre il 75% che giudica “attivo” o “proattivo” il comportamento degli enti locali, tra le piccole e medie imprese oltre il 60% critica la loro condotta giudicandola passiva.

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Tra le opzioni a disposizione per il quesito riguardante la comunicazione degli investimenti culturali, la metà delle imprese ne ha scelta più d’una. In entrambe le categorie spiccano tra tutte la pubblicità offerta dall’evento supportato e gli eventi “speciali” organizzati all’interno della manifestazione a favore di stakeholders e clienti dell’azienda. Se per le grandi aziende il bilancio sociale è una realtà che tocca quasi la metà del campione, ancora indietro in questo senso risultano le piccole e medie, dove solo un 17% di esse ha affermato di comunicare i propri investimenti nel no-profit tramite la redazione di un bilancio sociale.

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3.6 Aziende utilizzatrici dell’ Art.38 L.342

Per quanto riguarda le rilevazioni effettuate nel merito della legge sulle erogazioni liberali solo 14 aziende sull’intero campione hanno dichiarato di utilizzare le agevolazioni fiscali in questione.
Tra queste, 9 sono risultate imprese di grandi dimensioni e solo 5 quelle appartenenti alle PMI.
Questo nonostante una conoscenza piuttosto diffusa della legge, in particolare per le grandi aziende (tab. 8).
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Conoscenza
Tra gli elementi di importanza della legge scaturiti dalle risposte delle aziende, risulta al primo posto la coerenza con le politiche aziendali, seguita dalla possibilità di finanziare un progetto senza l’obbligo di una contropartita. Questi dati confermano il fatto che chi investe attraverso le erogazioni liberali lo fa principalmente senza la necessità di un ritorno commerciale.

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Un ulteriore aspetto degno di nota riguardo alle imprese che usufruiscono della legge 342, è quello relativo al rapporto con la pubblica amministrazione; in particolar modo colpisce come la metà delle aziende giudichi passivo il comportamento delle strutture centrali, e di come invece il 82% di queste apprezzi e noti gli sforzi fatti dalle amministrazioni territoriali per favorire, quando non addirittura proporre, investimenti in ambito culturale (figura 7).
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4. Conclusioni

Il campione della rilevazione è stato scelto tra aziende che investono in cultura, e quindi, mediamente con un alto livello di responsabilità sociale d’impresa. Il grafico a dispersione rappresentato nella figura 8, tramite la creazione di un indice indiretto di RSI (ad ogni domanda è stato assegnato un punteggio (da 0 a 2) a seconda della risposta delle imprese e del tipo di domanda), sintetizza i risultati delle risposte fornite dalle aziende riguardanti la responsabilità sociale d’impresa e li relaziona alla dimensione aziendale.

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min. livello RSI – 11: max. livello RSI

Le domande che sono state valutate sono state:
Esistenza di un comitato dedicato agli investimenti culturali
Esistenza del bilancio sociale Importanza attribuita alla responsabilità sociale d’impresa
Numero tipologie di sostegno utilizzate
Numero tipologie di iniziative sostenute
N.B.: La prima domanda, per quanto riguarda le PMI non ha fatto registrare nessun punteggio. Per questo motivo occorre valutare queste ultime in una scala da 0 a 8.

Ciò che immediatamente viene evidenziato dal grafico è lo scarso utilizzo da parte delle grandi imprese, delle quali solo una ha dichiarato di utilizzare la legge in questione; questa categoria di aziende denota comunque un buon livello di RSI, ma predilige le sponsorizzazioni come forma di sostegno culturale.
La localizzazione sul grafico delle imprese indica, inoltre, un alto livello di responsabilità sociale diffuso (considerando per le piccole e medie un buon livello è pari a 4). La gran parte delle imprese interpellate ha dichiarato di conoscere la normativa (il 76%) ma di non utilizzarla (62%); nella maggior parte dei casi come motivazione del mancato uso, viene espressa la preferenza nei confronti delle sponsorizzazioni (per il 59%), seguita da una scarsa conoscenza della legge (23%). A proposito del dualismo esistente tra sponsorizzazioni ed erogazioni, occorre sottolineare come queste ultime risultino meno convenienti rispetto alle prime per tutte quelle imprese che chiudono i bilanci in negativo o in pareggio, essendo le erogazioni deducibili solo dal reddito d’impresa7 .
Appare chiaro dunque, un atteggiamento generale di diffidenza, quando non addirittura di scarso interesse, nei confronti delle erogazioni liberali, in particolar modo per quanto riguarda le PMI. Queste ultime, inoltre, lamentano un rapporto deficitario con la pubblica amministrazione a tutti i suoi livelli; se infatti lo Stato centrale viene criticato da entrambe le categorie di imprese ( circa il 50% giudica passivo l’atteggiamento della P.A. centrale), per gli enti locali il discorso cambia radicalmente; le grandi imprese trovano un sostegno negli organi periferici dello Stato, con oltre il 70% di queste che giudica positivamente il comportamento degli enti locali, la situazione è diametralmente opposta per quanto riguarda le PMI, dove oltre il 60% valuta disinteressato il loro comportamento.
Se dunque per le realtà culturali di successo, spesso coordinate dagli enti locali, non è un problema trovare partner privati, lo è molto di più per tutti i piccoli enti culturali sparsi sul territorio. Questi sono i naturali interlocutori di quelle piccole e medie imprese che, come si è visto, prediligono ancora altre forme di sostegno rispetto alle erogazioni. Per far fronte a questa situazione sarebbero quindi auspicabili interventi da parte degli enti pubblici, volti ad incoraggiare l’investimento culturale tramite la costituzione di organi preposti a questo compito, anche attraverso campagne di comunicazione che rendano gli attori culturali maggiormente consapevoli degli strumenti in loro possesso per la ricerca di fondi, sia verso il pubblico che nei confronti del settore privato.

 

Bibliografia

O’Hagan, J., (20009), ”Why Companies sponsor Arts Events? Some evidence and a Proposed classification”, Journal of cultural Economics, Vol. 24, 3, pp. 205-224
Gazzetta ufficiale L 124 (20.05.2003), Raccomandazione 2003/361della Commissione, 6 maggio 2003, relativa alla definizione delle microimprese, piccole e medie imprese, testo integrale dell’atto (2003/361/CE)
Regione Lombardia. Settore cultura e informazione. Servizio programmazione. Ufficio studi, analisi, rilevazioni (1994), La sponsorizzazione culturale in Lombardia, Milano, Regione Lombardia (Quaderno dell’Osservatorio; 12)

Note:

1. Le fondazioni di origine bancaria nascono in conseguenza dell’applicazione della legge c.d. Amato del 1990. Tale legge ha avviato il processo di ristrutturazione del sistema bancario, incentivando la nascita delle fondazioni derivanti dalle Casse di Risparmio. Tale legge venne in seguito modificata ed integrata dalla c.d. legge Ciampi del 1999.
2. Nell’anno 2000 le sponsorizzazioni in ambito culturale e le erogazioni fornite dalle fondazioni di origine bancaria al settore Arte e Cultura sono state rispettivamente di 388 e 350 milioni di euro.
3. Con i Decreti Ministeriali dell’11 aprile 2001 e quello del 3 ottobre del 2002 sono state individuate le categorie di soggetti beneficiari e le modalità di applicazione della legge. Nel 2005, con la circolare n.183 del 22 dicembre, è stata estesa la possibilità di deduzione anche per le persone fisiche e gli enti non commerciali.
4. La legge prevede infatti la deduzione dal reddito d’impresa dell’intera somma elargita in favore dell’ente beneficiario.
5. Tetto superato il quale scatta l’obbligo di restituzione, da parte di tutti i soggetti beneficiari, del 37% dell’eccedenza sulla somma prestabilita. L’importo pro capite da versare viene determinato dal Ministero secondo le modalità indicate dall’art.2 del D.M. 3/10/2002.
6. Nella lettura dei risultati è utile aver presente che i dati che prevedono una somma percentuale di 100, non sempre potrebbero risultare esatti al decimale a causa degli arrotondamenti; per quanto riguarda i quesiti che prevedono la possibilità di risposta multipla sono stati riportate nelle tabelle sia le percentuali dei casi, sia quelle riguardante il totale delle risposte ottenute per la domanda in questione.
7. Le sponsorizzazioni vengono infatti considerate, ormai da tempo, come spese di pubblicità e per questo motivo deducibili interamente come costo d’impresa.

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