Editoriali
Godere e diffondere conoscenza e amore per il patrimonio culturale
Evocando un sagace slogan di qualche tempo fa del sempre benemerito FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano), che recitava più o meno così: “conservi ciò che ami, ami ciò che conosci”, si può dire che conoscenza, ri-conoscenza e affetto verso le proprie memorie sono alla base della catena del valore, che porta a conservare e tutelare beni spesso oggettivamente “inutili”, se visti con l’ottica dei frenetici ritmi e degli spietati canoni di un’esistenza come la nostra, votata al consumismo più esasperato. Un telefonino o un elettrodomestico rotto, oggi, non si ripara, si butta … (e se ne compra un altro!). Come si può essere legati, in famiglia, ad un oggetto di nessun valore, ma che è appartenuto ed è stato usato da un parente la cui memoria è cara, o autorevolmente riconosciuta, o riferibile a contesti storici che hanno contraddistinto epoche più o meno recenti, così si dovrebbe fare per il nostro patrimonio storico-culturale, avendone in primo luogo contezza dell’esistenza e, in secondo luogo, sapendogli attribuire valore.
Il mondo secondo Gauss: geo-localizzazione e riferimenti del territorio
Due temi, connessi alle infrastrutture sensoriali delle città, ci riconducono alla considerazione dell’importanza dei riferimenti su cui poggiano le rappresentazioni della realtà in cui viviamo. In una smart city, entità ancora non ben definita, ma fortemente percepita, voluta, promossa e analizzata negli ambienti della neo-geography, ma anche in via di commercializzazione da parte di alcune realtà industriali, si integra l’espressione artistica “migrante”, derivata dai flussi degli artisti d’Oltre-Europa, spesso difficilmente geo-localizzati e dispersi in spazi cittadini non consoni alle loro attività. Si rappresenta l’aspetto “polifonico” delle città utilizzando tecnologie geografiche per raffigurare particolari aspetti dell’umanità in sistemi di mappe pluridimensionali condivise, come ad esempio le Maps of Babel, che mirano a individuare schemi e modelli di comportamento alla scala urbana delle diverse etnìe che la abitano.
Sistemi generatori e organizzatori di cultura
Quali sono i sistemi generatori e organizzatori di cultura: questa è la domanda alla base dei due contributi, l’uno di Valeria Dell’Aquila, l’altro di Fabiana Lanfranconi, che suscitano riflessioni e spunti diversi ma interessanti. Il primo dei due contributi assume una prospettiva spesso trascurata, analizzando la spinta propulsiva “dal basso” o, se si preferisce, spontanea, in termini di iniziative ed eventi culturali. Il pretesto per approfondire il tema è la città di Torino e le sue politiche culturali degli ultimi anni che ne hanno cambiato pelle, favorendone la trasformazione da città industriale a luogo delle culture. Il secondo ha in comune con il primo il problema della governance culturale, sebbene con una prospettiva in questo caso pienamente istituzionale, inserendosi in un dibattito, oramai ricco e articolato, sul modello delle Fondazioni di Partecipazione come possibile sintesi tra settore pubblico e privato nel campo della gestione museale.
Non è un museo per tutti
La definizione ICOM di museo, elaborata durante l’Assemblea Generale di Seul, ormai risalente al 2004, fa emergere chiaramente le due funzioni primarie dell’istituzione: quella di conservare manufatti, oggetti, opere e quella di trasmettere cultura e diletto. Dalla definizione emerge anche la stretta connessione del museo con il tessuto sociale, trattandosi di un’istituzione al servizio della società e del suo sviluppo. Proprio da tale scopo essenziale consegue il grande problema dell’istituzione museale: le grandi trasformazioni economiche e valoriali che caratterizzano gli ultimi anni impongono al museo di definire la propria identità, non più come fluttuante e autoreferenziale, ma come qualcosa che “si fa carne” e diventa brand. Seppure molti ancora mostrino delle forti resistenze al riconoscimento dell’opportunità di un connubio tra management e cultura, in una relazione di continuo interscambio di elementi positivi tra questi due mondi apparentemente lontani, la questione della brand personality vanta già esempi di successo di pubblico formidabili, dimostrando come il museo possa comunicare perfettamente e in modo immediato la propria identità fatta di passato, presente e proiezione futura.
Orientamenti
Quando si parla di cultura si finisce per mettere a fuoco il concetto di identità. Sono proprio le cose (beni, attività, idee) senza identità o con elementi parziali e insufficienti a farci escludere che si tratti di cultura. Stiamo maneggiando un concetto complesso, evolutivo, che la paura e l’ignoranza legano soltanto al passato, come se l’identità dovesse essere protetta; al contrario, è la mancanza di prospettiva che taglia le ali all’identità, qualunque essa sia. Ora, anche senza addentrarci troppo nei delicati meandri del tema, si può capire quanto esso sia meritevole di attenzione se si prova a fare un elenco: la convenzione culturale vigente abbraccia cose esistenti e magari anche molto anziane, ma difficilmente si potrebbe negare la caratura culturale di “2001 Odissea nello spazio” o di “Blade Runner”, così come della world music o di altri prodotti culturali nati in laboratorio e non riferiti al passato.
What’s the “city” in the design and implementation of the European Capital of Culture? An open issue
The European Capital of Culture (ECoC) is a long-standing programme that invites visibility for a cultural mega-event that aims to highlight the richness and diversity of European cultures and the features they share, and also to promote greater mutual knowledge and understanding among Europe’s citizens. The set of papers in this special issue of Tafter Journal intends to highlight the relevance of different interpretations of space for cultural policy-making and urban policy design more broadly, as well as their economic, social and cultural implications. The call for papers critically focused the analysis and interpretation on the urban dimension included in the ECoC programme proposed by cities, as well as in the implemented projects.
La rivoluzione copernicana che aspettiamo da tempo
Mi fa piacere constatare che esistono giovani ricercatori che lavorano quotidianamente senza avere paura degli errori o dei limiti in cui necessariamente può incorrere chi si applica a tale attività e che questa costatazione mi ha generato una speranza. La speranza che, come è accaduto del tutto inaspettatamente nel Nord Africa quest’anno, anche da noi possa prima o poi avvenire una nuova rivoluzione copernicana, una “primavera della cultura”, in cui venga invertita la prospettiva dominante e la cultura venga finalmente riconosciuta come carburante e motore essenziale della nostra economia del futuro. Su questo fronte c’è ancora tutto fare. Basta analizzare il Piano Nazionale di Riforma (PNR), documento programmatico che è parte integrante del Documento di Economia e Finanza (DEF) nazionale, redatto secondo i format richiesti dall’Unione Europea, per rendersi conto di come l’ambito della cultura sia del tutto assente dall’orizzonte dei nostri governanti, secondo la prospettiva appena evocata. Io credo, invece, che, se si vogliono effettivamente raggiungere gli obiettivi indicati in tali documenti, sia necessario un rinnovamento sostanziale, condiviso da parte dei cittadini, che è in primo luogo una consapevolezza di ordine culturale delle sfide imposte dall’economia mondiale e nazionale.
L’Italia non è solo un “disastro”…
Recentemente sono stata a Lecce, per lavoro. Non vi ero mai stata prima. Alloggiata in un albergo “fuori le mura” sono arrivata in tarda notte. La mattina dopo mi sono avviata, a piedi, in centro. Dappprima mi è parso di trovarmi in una qualsiasi città moderna del meridione d’Italia ma poi, varcate le mura nei pressi del Castello Carlo V, con mio grande stupore, mi è parso di entrare nella scenografia di uno spettacolo teatrale o operistico. Quasi come in un sogno o in un film, la città si trasformava davanti a me: bellissima e pulita, la luce di prima mattina metteva in valore un patrimonio architettonico eccezionale. Con ancora piú stupore ho vissuto la città anche di pomeriggio e di notte: gente ovunque, movimento, traffico, locali affollatissimi… Ho capito di non essere in una città-museo ma in una città viva, in pieno fermento, nella quale i leccesi – ma non solo – si sono riappropriati appieno dello spazio pubblico cittadino: non solo di quello intra ma anche di quello extra muros dove palazzi, edifici, parchi, giardini, viali sono vissuti, frequentati e, addirittura, gestiti dalla cittadinanza.
Dove va la cultura? Un sestante per il futuro
Stiamo seppellendo un mondo che ci sembrava perfetto ed era soltanto anabolizzato. La cosa dura ormai da un poco, ma soltanto negli ultimi mesi è diventata talmente forte e intensa da non poter fare più finta di niente. E non diciamo, per favore, che a morire è la cultura: il terrore dei barbari, veri o presunti, è soltanto l’ennesimo alibi per tentare di far durare un paradigma che in fondo sembrava protettivo e comodo. Al contrario, la cultura è l’unica che sopravviverà, dopo essersi salvata da un sistema lungo più di due secoli che ha cercato in tutti i modi di appropriarsene dileggiandola e drammatizzandola. Generazioni brutali in fabbrica e in ufficio, facili all’adulterio e a molte altre nefandezze ma affascinate dalla possibilità di singhiozzare all’opera, di svenire nei musei, di commuoversi in un sito archeologico.
Se ha funzionato nel Bronx…
Quello che serve complessivamente al nostro Paese è senz’altro l’individuazione delle priorità delle politiche culturali su scala nazionale e la loro indispensabile modulazione particolare su scala regionale e locale, mantenendo, però il minimo comun denominatore della “rinascita” identitaria, sociale e, quindi, anche economica, come nel Bronx. Il benessere in cui siamo (fortunatamente) avviluppati e dall’altra parte il degrado del livello medio del dibattito politico a cui siamo costretti ad assistere da troppi anni hanno provocato un mix micidiale di indifferenza, individualismo e scetticismo sul fatto che qualcosa possa cambiare, ma qualche piccolo segnale di speranza di rinnovamento c’è e le testimonianze proposte nei contributi di Paolo Bertani e Marco Serino aiutano ad alimentarla.
Convention, atomi e bit
La recente riunione annuale della World Heritage Convention ha portato venticinque nuove nomination per i Siti Mondiali Unesco, ma anche molte polemiche, come quella della Tailandia che ha minacciato di denunciare la Convention poiché un suo sito, il Temple of Preah Vihear, non ha ancora ricevuto l’ambito riconoscimento. Avere un sito iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale non comporta vantaggi economici ma è comunque un fatto di prestigio che molte istituzioni vogliono conquistare, cimentandosi per raggiungere l’ammissione che richiede il rispetto di una serie di complesse norme. L’Unesco ha anche una lista del Patrimonio a Rischio nella quale, l’essere inseriti, è considerato un discredito per l’istituzione o il Paese responsabile.
Ecosistemi culturali emergenti
Che la realtà stia cambiando pochi hanno il coraggio di negarlo. Siamo dentro un mutamento epocale: parte dalla fine conclamata del paradigma economico e sociale che ci ha confortati per oltre due secoli, passa attraverso nuove consapevolezze e responsabilità, approda su una griglia forse non del tutto inedita ma certamente solida, costruita su relazioni, qualità, molteplicità. Non mancano i nostalgici di un ordine che era certo, appagante e carico di promesse etiche, grazie al quale la borghesia si è autodefinita illuminata anche quando cominciava a non capire granché dell’evoluzione della propria specie. E poi, a ben guardare, i nostalgici più accaniti sono coloro che giocano in difesa di posizioni protette e garantite: i professionisti del settore culturale. Con buona pace di tutti, il mondo percorre una strada nuova e la direzione è indicata da prodotti creativi, beni di conoscenza, valori culturali; ma non possiamo appigliarci alle cose già successe.
I beni culturali immateriali. Ipotesi e prospettive di gestione
È curioso come nel Codice Urbani non ci sia alcun riferimento ai beni “immateriali”, se non in termini generici. Ne discende un’assenza sul piano normativo, colmata unicamente dalla Dichiarazione Unesco del 2003. Eppure il ruolo dei beni etnoantropologici nella cultura di un popolo è notevolissimo e pone, oggi più che mai, il grande problema della loro tutela e conservazione. Bisogna, e al più presto, elaborare delle strategie interpretative dei cambiamenti e riformulare, in una società come la nostra che è quella del multiculturalismo e di sempre più rapidi processi di ibridazione culturale, una sorta di medium dove collocare una lettura scientificamente corretta del patrimonio culturale immateriale che non significa patrimonio legato genericamente e superficialmente al passato, ma patrimonio vivo in ognuno di noi e radice profonda che alimenta il nostro presente.
Esercizi di democrazia tra partecipazione e creatività
L’articolo di Laura Cataldi ed Enrico Gargiulo ci porta dentro i cosiddetti “processi partecipativi”, con lo svelarne alcuni aspetti più problematici sui quali spesso si “scorre”, consapevolmente, per non inficiare la presunta portata politica di alcune operazioni, o inconsapevolmente, perché, in modo banale per inerzia o per troppo enfasi “democratica”, non si pone mente alle difficoltà e ai limiti che tali processi incontrano per una loro piena esplicazione. Dal canto suo, Valentina Montalto scrive di “creatività”. E’ un termine su cui occorre riflettere; la creatività nella cultura, le città creative, tutto poggia spesso su mode, anche se nuclei di attività veramente significativi e innovativi si stanno sviluppando, nel tentativo di superare le barriere delle piatte omologazioni. Si può essere creativi non solo negli ambiti della “cultura” (intesa, spesso, come qualcosa di immateriale immerso in un’aurea superiore) ma anche al tavolo di un Piano di Zona, toccando con mano i problemi quotidiani della gente e provando a dare risposte “originali”.
L’arte, il luogo e la sua assenza
Ai primi di gennaio ha chiuso a Stoccolma, al Moderna Museet, la Moderna Exhibition 2010, una mostra che ogni 4 anni fa il punto su cosa sia l’arte contemporanea svedese. Chi, come me, abbia visitato la mostra ha potuto seguire il pensiero dei curatori Fredrik Liew e Gertrud Sandqvist nel dare una risposta alle domande sul tipo di vita che oggi contrassegna il Paese, su come questa vita si rifletta nell’arte e su quale ruolo vi svolga l’artista contemporaneo. Le domande sono di per sé interessanti, e le opere dei 54 artisti selezionati sulla scena svedese erano lì a fornire la propria personale risposta. Ma molto più interessante è stato per me, che svedese non sono e che in Svezia ero casualmente e per la prima volta per un invito a intervenire a una conferenza sulla gestione sostenibile dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, leggere la sintesi posta all’ingresso della mostra,che nulla conteneva di specifico sulla Svezia. Aveva invece a che fare con lo straordinario modo in cui la produzione artistica contemporanea si intreccia con la vita di un luogo, un modo al tempo stesso inafferrabile e precisissimo. L’arte contemporanea di un luogo è, infatti, sia quella prodotta dagli artisti che in quel luogo vivono, ma che sono nati o cresciuti in qualunque altra parte del mondo, così come è arte contemporanea di quel luogo l’opera degli artisti che lì sono nati e che poi sono diventati cittadini del mondo. Oppure è opportuno fare una scelta tra una delle due visioni?
Innovazione e nostalgia
Nei momenti di crisi, l’avvocato barese di fiction, Guido Guerrieri riempie di pugni il suo sacco da boxe oppure gironzola in bicicletta per la sua città – una città che negli ultimi decenni si è trasformata e dove, oggi, coesistono quartieri residenziali, malfamati o marginali e quartieri che brulicano di locali dove bere e mangiare, leggere, ascoltare musica o fare due chiacchiere con un padrone, a volte stravagante, che ha importato usi dall’estero. L’articolo di Giambalvo e Lucido sulla recente trasformazione urbana di Palermo mi ha fatto pensare a Guerrieri, alla sua Bari; ma anche ad altre città, come Barcellona, da dove scrivo. Città in cui si sono attuati progetti di recupero patrimoniale dei centri storici per lottare contro il loro spopolamento, di risanamento di quartieri per contrastarne l’insalubrità o evitarvi la cristallizzazione di criminalità.
Cultura come strumento per una vita migliore
Se pensate di essere soddisfatti e realizzati dallo standard di vita consumistico proposto dai modelli di sviluppo vigenti, con tutto ciò che ne consegue in termini di costi sociali e ambientali, e pensate che le risposte ai problemi eventualmente rilevati siano identificabili in dottrine e formule eminentemente economico-finanziarie, non leggete questo numero della rivista, perché la prospettiva analizzata e le iniziative di cui si dà conto vanno nella direzione opposta. Gli articoli di Chiara Galloni e Filippo Fabbrica, infatti, assai diversi per stile e soggetto, manifestano una coerenza singolare con la mia personale visione del significato essenziale del lavoro e dell’attività in ambito culturale, come strumenti per costruire una vita migliore. Vita migliore significa, infatti, un mondo in cui siano ristabilite relazioni umane e sociali improntate al rispetto reciproco e delle regole indispensabili del vivere comune, in cui la velocità non sia sinonimo di superficialità, in cui la crescita economica non sia realizzata a scapito delle risorse naturali non rinnovabili.
Possiamo ancora permetterci di non ascoltare?
Abbiamo scelto di chiudere l’anno pubblicando due articoli che delineano, dal nostro punto di vista, un passaggio cardine per la comprensione delle modalità attraverso cui gli attuali strumenti operativi possono essere messi a disposizione del Terzo Settore, del non profit e del sociale. Ci teniamo a distinguere tali ambiti con grande attenzione, perché molti, anche tra gli operatori del comparto, tendono ad accomunarli e renderli sinonimi, quando in realtà non lo sono. Il percorso di lettura che vorremmo tracciare è quello dello sviluppo del Terzo Settore come mezzo per promuovere nella comunità locale, la “cultura del dare, come valore sociale esteso”. Lettura che noi riteniamo fondamentale e non più procrastinabile a causa dell’accentuarsi delle dinamiche di differenziazione della società, dinamiche che rendono necessario ripensare lo sviluppo dello Stato Sociale promuovendo la partecipazione e l’assunzione di responsabilità di una parte consistente della comunità.
Il gioco (analogico e digitale) della cultura
E’ tempo di leggerezza, finalmente. Un po’ di anni fa l’aveva presagito Italo Calvino, che proprio con la leggerezza intendeva aprire i suoi memos for the next millennium, le Norton Lectures impedite da una morte dispettosa. Ma nessuno ci aveva fatto davvero caso, almeno da noi, abituati a sopravvivere in un paese bizantino nelle forme, greve nei meccanismi, torvo nelle relazioni, privo di senso autocritico. (Questo lo pensava Flaiano, quando amaramente diceva: la situazione è grave ma non è seria). Che c’entra la cultura con la leggerezza? con il gioco? con la novità? Ancora qualche giorno fa un importante quotidiano italiano manifestava una feroce nostalgia per il passato, unica possibile culla della cultura. Senza radici, non c’è identità. A furia di pensarlo, e di proteggerci dietro questo dogma indimostrato ma comodo e rassicurante, abbiamo reso il paese come un gigantesco frigorifero senza cucina, un luogo nel quale si conserva tutto ma non ci si riesce a nutrire.
Patrimonio, tecnologie sociali e sfide della cultura della partecipazione
Gli utenti di tecnologie sociali come Twitter, Facebook e Flickr sono in costante aumento. Nuove forme di intendere e comunicare il significato e il valore delle nostre esperienze e delle nostre memorie si accompagnano alle interazioni quotidiane di milioni di persone. É la nascita di un nuovo senso di patrimonio: “non ufficiale”, idealmente “democratico” e fortemente legato alle culture di partecipazione promosse dalle tecnologie sociali.
La cultura del dato geografico per la salvaguardia del territorio
Negli ultimi anni la domanda dei consumatori per informazioni legate al dato geografico, geospatial, è salita alle stelle, basti pensare ad esempio ai sistemi di posizionamento GPS e alla loro integrazione con le mappe digitali che hanno portato alla ribalta dispositivi di navigazione portatili usati quotidianamente da milioni di persone. Le amministrazioni pubbliche e gli stessi politici fanno sempre più uso delle informazioni geospatial per produrre mappe delle pianure alluvionali, condurre i censimenti, mappare i pignoramenti o rispondere alle richieste per i rischi naturali come terremoti, incendi e alluvioni. Ai responsabili delle decisioni, questo tipo di dato può essere di grande aiuto per chiarire i problemi complessi che possono coinvolgere amministrazioni locali e centrali sulla gestione del territorio.
Senza riforma della pubblica amministrazione anche la partecipazione naufraga
Cresce la percezione dei limiti nell’uso delle risorse esauribili e la voglia di capire dove e come si prendono le decisioni che riguardano il nostro futuro. Un bisogno che spesso s’infrange nella giungla della pubblica amministrazione italiana. Non sempre, infatti, è agevole capire dove e come si decidono le trasformazioni delle città, del territorio e dell’ambiente in cui viviamo.
Cultura e sviluppo, provare per credere
Da tempo si assiste nel nostro Paese all’uso e (all’abuso) dell’accostamento del termine cultura a quello di sviluppo e non coerenti appaiono spesso le linee di intervento nazionale e locale che dovrebbero tradurre in politiche attive e virtuose tale binomio. E’ così che in tempi di crisi (che c’è per davvero) si ripropone il balletto, quello di cifre e polemiche sui tagli fatti con la scure per risparmiare ove possibile sulla spesa pubblica, colpendo, ovviamente, in primo luogo la cultura, intesa come costo piuttosto che come risorsa, senza produrre, però, un serio e documentato dibattito sui differenti e ampi valori economici che gli investimenti in cultura possono produrre.
Le potenzialità dei nuovi pubblici e delle tecnologie in campo culturale
I più attenti osservatori del settore culturale ci invitano da tempo a non sottovalutare le tendenze della società contemporanea destinate a produrre effetti evidenti e non facilmente prevedibili sia sulla produzione che sulla fruizione culturale. Mantenendo l’attenzione focalizzata sulle dinamiche relative alla fruizione, è indubbio che le nuove modalità di interazione offerte dalle tecnologie, la democratizzazione della conoscenza e l’avvento di nuove fasce di pubblico, sono trend che già permeano ed influenzano il panorama attuale.
Nuovi spazi per la cultura, nuovi protagonisti della cultura
Partendo da differenti prospettive di analisi, i contributi di Bruno Zambardino e Barbara Camocini propongono interessanti spunti di riflessioni sulla questione dell’adeguamento, o se si preferisce dell’innovazione, degli spazi contemporanei a servizio della cultura. I punti di vista degli autori, così come i temi sviluppati, sono naturalmente molto diversi tra loro, ma entrambi forniscono un prezioso contributo su questo tema.
Dal mondo delle icone al mondo della conoscenza
A che serve la cultura? La questione non è da poco, e se c’è un momento in cui è opportuno porla è proprio questo scomposto e bizzarro presente. Siamo cresciuti sotto il riparo di una cultura che – nella vulgata – fa del bene all’umanità, e adesso la ritroviamo claudicante, meticcia, contraddittoria. Ma non vale la pena spendere energie all’inseguimento dei laudatores temporis acti. Non c’è mai stata una società così tanto alfabetizzata come la nostra. Piuttosto, prendiamo atto che il ruolo della cultura cambia radicalmente, e che molti dei punti fermi del passato anche recente vanno quanto meno verificati, se non direttamente revocati in dubbio.
La vera emergenza è la fine della cultura della prevenzione
A che punto stiamo, davvero, con la protezione e l’utilizzo sociale del patrimonio culturale e dei parchi italiani? Questa la domanda sostanziale che sottintende i contributi di Marco Eramo e di Federica Gandolfi pubblicati in questo numero di Tafter Journal. Una domanda assolutamente pertinente in un paese abituato a declamare buoni propositi, a partire dalla Carta Costituzionale, e a negarli clamorosamente. Terremoti, frane, inondazioni, disastri ambientali, ci ricordano ciclicamente il “costo” umano ed economico delle nostre distrazioni e l’abbandono della cultura della “prevenzione” e della “manutenzione” a partire dal patrimonio pubblico e dal territorio.
Marchi culturali e territoriali
Concetti legati alla creazione, accumulazione e scambio di conoscenza sono diventati tipici dei filoni di ricerca atti ad indagare i fenomeni emergenti su scala territoriale. Sebbene sembrino essere ad una prima occhiata concetti antitetici, il territorio – essenza fisica, presente, tangibile – e la conoscenza, immateriale, dai contorni sfumati e priva di caratteristiche fisiche, assumono un senso proprio quando sono contestualizzati all’interno di un luogo, di un’area territoriale in cui si produce la scintilla della creatività.
Il nuovo Tafter Journal
Tafter Journal vi accompagnerà ogni mese con nuovi contributi nazionali ed internazionali, ed insieme saranno inaugurate diverse nuove sezioni che amplieranno l’offerta della testata. In un momento di grande difficoltà politica, il settore culturale – inteso nella sua accezione più ampia e fertile – registra una vitalità ignorata, attivando canali di produzione e di scambio innovativi e coinvolgenti, stimolando una crescente partecipazione diffusa ai temi e alle scelte culturali. Il nostro impegno, quindi, sarà rivolto, come è stato fino ad ora, a dare spazio ai contributi più interessanti della comunità scientifica, ma soprattutto agli operatori che ogni giorno si confrontano con i temi legati al territorio e alla sua valorizzazione. Il nostro occhio sarà sempre più puntato a casi e realtà internazionali: questa decisione è stata presa, non solo dalla nostra esigenza di porci su una dimensione europea, ma soprattutto perché in questi mesi abbiamo ricevuto una grande attenzione da parte della comunità scientifica internazionale.
I musei sono “servizi pubblici” di prossimità?
Al cittadino medio del nostro paese non è certo mancata nell’arco della propria vita la frequentazione di uffici di servizi pubblici, come quello postale o anagrafico. Fatte salve le eccezioni e le negligenze che ciascuno di noi può sempre enumerare, nel corso di questi ultimi vent’anni si è assistito ad un netto miglioramento [...]
La forza delle comunità locali e del capitale umano
Credo si possa affermare con una certa tranquillità che il nostro futuro dipende dalla capacità che il Paese avrà di imprimere una svolta all’accrescimento della qualità del suo capitale umano. La situazione attuale della formazione, a tutti i livelli scolastici e universitari, è piuttosto critica per la carenze di risorse economiche e umane; oltretutto è critica a fianco della carenza quantitativa anche quella qualitativa. I sistemi di valutazione in Italia stentano ad affermarsi.
Le dimensioni della creazione di valore attraverso la cultura: distretti e responsabilità sociale di impresa
Due facce della stessa medaglia, due esempi di corto-circuito positivo tra mondo economico, cultura e dimensione territoriale. Da una parte il fenomeno del distretto culturale avviato in Canada, dall’altra il coinvolgimento delle imprese profit nel settore culturale. In entrambi i casi, interventi pratici che danno conto di come evolve la teoria quando diventa realtà.
(Ri)disegnare e (Ri)progettare città e territori: tra le urgenze di una catastrofe e il diletto di una Scuola estiva internazionale
Una catastrofe distruttiva e luttuosa e un incontro seminariale tra esperti di tutto il mondo che si confrontano sull’efficacia del design come strumento di crescita della comunità del territorio, due eventi assai distanti tra loro, eppure possibili occasioni di migliorare il nostro modo di stare al mondo e di progredire nella costruzione di civiltà. La prima, certo, mai auspicabile, ma di fatto accaduta, la seconda costruita con paziente lavoro tra ricercatori ansiosi di verificare ipotesi e approcci professionali, che allargano la propria sfera d’azione al disegno dei territori.
Socialmente coinvolti
L’impresa sociale è una delle recenti forme che l’impresa ha assunto negli ultimi anni. Analogamente a quanto succede nel caso dell’impresa culturale, essa sembra, ad un primo sguardo, assumere più che altro le sembianze di un ossimoro difficilmente comprensibile e spiegabile. Quanto succede di interessante nella pratica, codificata solo di recente, è la creazione di una sorta di modello messo in atto dalle tipiche forme di imprese sociale basato su un’azione imprenditoriale nella quale prevalgono trasferimenti monetari di tipo redistributivo, i quali riescono a mantenere l’efficacia e la sostenibilità dell’impresa stessa.
La cultura “integrata” alla socialità
Forme distrettuali avanzate, cultural district, processi decisionali partecipati, network sociali. Il massimo comune denominatore è, sia che si parli di sviluppo urbano, sia che si considerino le manifestazioni culturali, la partecipazione allargata e diffusa. Conviene però interrogarsi se e fino a che punto si tratti di soluzioni percorribili, e fino a quanto si rischi la retorica.
Complessità sociale e pluralismo culturale
Sulle pagine di Tafter Journal abbiamo affrontato più volte il tema del linguaggio e del racconto come elementi cardine ed indissolubili delle modificazioni di un territorio. Il compito che ci siamo dati è stato quello di porci di fronte alle tematiche dei luoghi e delle loro trasformazioni come osservatori attenti a descriverne i mutamenti. Il nostro impegno è più che mai, ora, imperniato ad un studio e ad una forte comprensione della complessità sociale e del pluralismo culturale della nostra società.
Cultura al governo! Il governo alla cultura!
Le pagine (elettroniche) di questa rivista hanno più volte richiamato la nostra attenzione sui temi della legislazione pertinente il patrimonio culturale e, da ultimo, ci propongono l’esperienza dell’Inghilterra in materia di sostenibilità ambientale della produzione culturale. Due facce di una stessa medaglia, che sembra, però, assumere un valore sempre più debole in un Paese come il nostro in cui le priorità politiche vengono con evidenza poste altrove. La contraddizione palese tra dettato Costituzionale (art.9) e gli scempi ambientali e le perdite di memorie storiche irripetibili, che hanno marcato il nostro passaggio da un’economia agricola a una economia industriale e terziaria nel sessantennio dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, stanno ad indicarci chiaramente i valori di riferimento di coloro che ci hanno governato in questo periodo.
Ricercare per innovare. Nuovi strumenti e linguaggi per comunicare
Innovazione è la parola d’ordine alla quale a più riprese si fa ricorso per giustificare azioni ed interventi nel settore della cultura (e non). In questo senso, è il comparto dei musei luogo eletto di sperimentazione e di introduzione di normative ad hoc, strutture gestionali e nuove pratiche. Vale la pena seguire le “innovazioni” proposte, poiché l’ambito dei musei spesso funge da paradigma per l’intero settore culturale. Non a caso, infatti, l’ultima modifica proposta dal ministro dei Beni culturali, l’istituzione del super manager, direttore unico a cui è affidato il coordinamento generale di circa quattrocento strutture museali statali, che tante polemiche ha provocato, si concentra proprio sul funzionamento del sistema dei musei. Senza voler entrare nel merito della proposta, si sottolinea, però, quanto sia importante architettare sistemi di gestione che richiamino ad una reale efficacia di funzionamento del sistema.
Le ragioni della tutela
Difesa del paesaggio, del patrimonio storico, delle attività artistico-culturali, degli standard di vivibilità urbana, degli spazi pubblici, dell’ambiente minacciato da uno sviluppo quantitativo che non considera i limiti naturali delle risorse esauribili. Difesa. Questo il bollettino quotidiano dello scontro epocale, e del tutto inedito, tra natura, cultura e sviluppo. Uno scontro che vede contrapposte due ragioni: quella che identifica lo sviluppo con la crescita continua (di merci) e quella della tutela dell’ambiente e della cultura.
Grande e piccolo. I pilastri per riassegnare valore d’uso al patrimonio esistente
Da qualche tempo sono riprese sulla stampa le denunce relative al consumo di suolo e all’intensità delle nuove realizzazioni edilizie. Questo fenomeno, mettendo insieme numeri e quantità, appare massiccio. Stando a un recente articolo di Carlo Petrini su Repubblica, negli ultimi 15 anni sarebbero spariti in Italia più di 3 milioni di ettari di superfici libere con un’estensione maggiore del Lazio e dell’Abruzzo. Va, però, evidenziato che nel Paese ferve una significativa attività di riuso del patrimonio della città esistente, di quella più propriamente storica e di quella consolidata.
Il nome del territorio
La grana di un territorio, per dirla con Kevin Lynch, inteso quale mix delle varie modalità in cui i diversi elementi costitutivi di un insediamento – attività, persone, edifici – si affastellano nello spazio, richiama ad un senso del luogo al quale può essere associata un’immagine storica in grado di identificare quel luogo e solo quel luogo. Quando le pubbliche amministrazioni più lungimiranti attivano procedimenti, sistemi di programmazione, attività per supportare e veicolare il nome del contesto locale di appartenenza, si può assistere a casi di intervento particolarmente innovativi nella loro specifica impronta di intervento.
La capacitazione attraverso la creatività
Si fa un gran parlare di crescita, crescita intesa in termini economici, in termini di prodotto interno lordo, ci si interroga spesso anche sul valore da assegnare a questi indicatori, su quanto essi possano essere considerati affidabili per misurare il benessere dei cittadini. Il dibattito vede contrapposte le ragioni dei numeri, puramente basata sulla produzione di prodotti e servizi, con quelle della vivibilità, dell’accrescimento delle capacità dei singoli e, dunque, della comunità cui essi appartengono.
Strade verso una valorizzazione sostenibile
Rigenerare, favorire l’accesso, migliorare la qualità della vita, principi cardine degli interventi sugli ambienti urbani e metropolitani che si stanno affermando negli ultimi tempi con l’obiettivo di facilitare la visita e la permanenza dei turisti. I piccoli ed i grandi centri urbani sono accomunati dalla ricerca delle modalità migliori per attirare ed accogliere i nuovi turisti, i quali hanno sempre meno le sembianze dei turisti famelici ed improvvisati, ed assumono le sembianze di visitatori in punta di piedi, rispettosi della cultura e dell’anima delle città.
Allenare lo sguardo sul territorio
Allenare lo sguardo, insegnare la sensibilità nei confronti della comunità e del territorio, accrescere la consapevolezza degli abitanti attraverso l’uso di strumenti e chiavi di lettura inusuali: ecco cosa succede quando si utilizza il filmato video quale strumento di narrazione e di interpretazione del territorio. Il valore delle immagini diventa funzionale, in questo senso, all’attivazione di corto-circuiti comunicativi efficaci per esplicitare le dinamiche del territorio.
Narrazioni interattive e ricordi di comunità
I ricordi riflettono le nostre esperienze vitali ci fanno rammentare episodi, aneddoti, si intersecano alle nostre azioni e rafforzano l’immagine che abbiamo di noi come individui singoli, ma anche come appartenenti ad un luogo.
Esattamente come una foto o un’immagine, arricchita di supporti sonori e video, i supporti multi-mediali sono in grado di richiamare alla mente il contesto emotivo ricco e sfaccettato che caratterizza un luogo, amplificandone il senso per chi lo abita, lo sperimenta, lo vive.
Pratiche di ascolto attivo
Le comunità, le loro differenti potenzialità espressive, evidenziate nelle culture dei territori, intessute di materiale ed immateriale, vita quotidiana e aspettative future, disegnano traiettorie che non sono lineari, a volte dagli esiti critici – come puntualmente ci hanno segnalato gli articoli di Ricci e Cabasino. Eppure, per altri versi, impreviste sono le capacità [...]
Ricchi di territorio: puntare sulla coscienza civica
Territorio è divenuto ormai una parola “densa”, densa di significati, di progetto, di aspettative, non solo per gli urbanisti, che da sempre lo frequentano, ma anche per gli economisti e per gli operatori della cultura. Territorio è un coacervo di luoghi fisici, di comunità che lo abitano e lo attraversano, di forze e [...]