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Perchè vogliamo occuparci di cultura

Scritto da Vittoria Azzarita il 28 Dicembre 2012 in Editoriali

Ibridazioni generazionali
L’esigenza di dar vita a un laboratorio permanente di idee in cui ripensare il Sistema Cultura del nostro Paese, affidando la riflessione a donne e uomini con un’età inferiore ai 35 anni, scaturisce dalla consapevolezza del non potersi più esimere dal compiere una scelta; dal non voler delegare né alla generazione che ci precede né alle generazioni che seguiranno la responsabilità di decidere per noi quale strada intraprendere.

 

Essere “anagraficamente” giovani in una nazione come l’Italia ha assunto nel tempo una connotazione negativa, come se l’avere meno anni alle proprie spalle fosse un sinonimo di inadeguatezza e mancanza di professionalità. Non stupisce apprendere che i dirigenti italiani siano i più “vecchi” d’Europa con un’età media di 59 anni, che sale a 64 se si prendono in considerazione i membri del governo. Un dato che rimanda in maniera diretta alla costante crescita del tasso di disoccupazione giovanile – che ha superato quest’anno il 35% -, impendendo alle nuove generazioni l’accesso al mercato del lavoro ancor prima di aver terminato il proprio percorso di studi.

 

Una delle critiche che viene rivolta con maggiore frequenza a coloro che la società contemporanea ci ha abituati a considerare “giovani” è la mancanza di una visione prospettica, ossia l’incapacità di immaginare un’alternativa a uno stato di fatto che sembra non soddisfare più nessuno. Alcune delle analisi e dei commenti apparsi a seguito degli eventi a cui le grandi democrazie occidentali hanno assistito nel corso di questi ultimi anni, con la nascita di movimenti spontanei di protesta quali gli Indignados  o Occupy Wall Street, appaiono amplificare tale messaggio, in quanto lasciano trasparire l’assenza di una visione comune e di soluzioni concrete da mettere in atto per capovolgere i sistemi economico e politico contestati. Un’immagine dei rapporti tra generazioni che reitera un antico luogo comune che vuole i giovani spensierati e immaturi, incapaci di badare a se stessi e ignari delle conseguenze delle proprie azioni.

 

Sovvertendo tale convinzione, attraverso la creazione del think tank epos [1] vogliamo instaurare un dialogo intersettoriale e intergenerazionale che stimoli un confronto critico che coniughi visione ed esperienza, immaginazione e concretezza, al fine di dimostrare che il futuro della cultura in Italia risulta essere intimamente legato alla capacità di delegare alle nuove generazioni una quota sempre maggiore degli aspetti connessi alla gestione e alla creazione di contenuti.

 

La costituzione del think tank epos [1] ci ha permesso di dar vita a un luogo privilegiato di incontro e scambio, aperto a qualsiasi confronto costruttivo che punti a identificare politiche culturali idonee a rispondere alle sfide nazionali e globali. Come si avrà modo di evincere dalla lettura dei testi raccolti in questo numero speciale di Tafter Journal, ne è risultata un’interpretazione narrativa che intende porre in evidenza lo svolgersi del sistema culturale dopo decenni di cristallizzazione in una scala di valori sempre più obsoleta. L’infrastruttura territoriale, il capitale umano, i processi creativi, produttivi e distributivi, così come il ventaglio dei mercati nei quali il valore della cultura si fa oggetto di scambio, tutto questo costituisce il punto focale di nuovi indirizzi, alleanze e strategie che traggano dalla cultura benessere e qualità della vita.

 

Osservando l’attuale stato di salute del sistema culturale italiano, lo scenario che si staglia davanti ai nostri occhi è quanto mai cupo e poco rassicurante. La cultura si presenta come un paziente agonizzante, in bilico tra la vita e la morte, le cui funzioni vitali sono assicurate in maniera artificiale grazie all’ausilio di macchinari ormai obsoleti che potrebbero smettere di funzionare da un momento all’altro, condannando il settore culturale a una fine prematura ma non inaspettata. Eppure da più parti si continua a ripetere che la cultura svolge un ruolo fondamentale all’interno della società, che senza cultura i popoli sono destinati ad un inesorabile declino, che homo sapiens è stato il protagonista di un singolare processo evolutivo grazie a uno straordinario sviluppo delle sue caratteristiche culturali e relazionali.

 

E’ evidente, allora, che qualcosa a monte ha smesso di funzionare. Non essendo capaci di dipingere un quadro della società futura che non contempli anche la dimensione culturale, desideriamo sottoporre alla vostra attenzione e riflessione, i fattori che dal nostro punto di vista hanno portato all’attuale situazione di stallo e di degrado del sistema culturale italiano. Ma desideriamo farlo in un’ottica costruttiva, interpretando i fatti e tracciando delle linee guida, in quanto il vero intento del nostro lavoro è mostrarvi perché dobbiamo continuare ad occuparci di cultura in quanto fonte di creazione e di cambiamento.

 

Scenario
La scenografia che fa da sfondo ai nostri ragionamenti è stata ampiamente e accuratamente descritta dai molteplici studi che nel corso degli ultimi decenni hanno delineato i contorni del settore dell’economia della cultura in Italia.

 

Il “Rapporto sull’economia della cultura in Italia. 1980-1990”, curato da Carla Bodo e pubblicato nel 1994, e il successivo “Rapporto sull’economia della cultura in Italia.1990-2000” curato da Carla Bodo e Celestino Spada, apparso dieci anni dopo, sono tra le prime pubblicazioni a fornire una visione globale dei numerosi e diversi elementi che concorrono alla formazione del settore culturale italiano, illustrandone le dinamiche di funzionamento e i principali aspetti quantitativi e qualitativi che connotano i numerosi comparti di cui si compone(1).

 

In anni più recenti sono apparsi anche altri studi sulle interazioni esistenti tra settore culturale e sistema produttivo, tese a mettere in evidenza come la cultura sia un’importante risorsa competitiva ancora sottoutilizzata nel nostro Paese(2).

 

A questi studi che offrono una panoramica completa del comparto culturale, se ne affiancano altri che, indagando in maniera specifica un particolare ambito di interesse, propongono una serie di approfondimenti che declinano il tema cultura sia secondo un criterio di ripartizione geografica sia privilegiando una ripartizione tematica(3).

 

A tali ricerche si sommano, poi, le numerose pubblicazioni curate dall’Ufficio Studi del Ministero per i beni e le attività culturali che presentano i risultati di ricerche e indagini, effettuate anche in collaborazione con altre strutture del Ministero, con università ed enti di ricerca o singoli esperti. Alcune di esse riguardano le normative nazionali e internazionali relative alla tutela e alla valorizzazione dei beni culturali o il dibattito scientifico su temi di particolare interesse, mentre altre diffondono informazioni e valutazioni sulla domanda e l’offerta culturale negli istituti e luoghi della cultura italiani come il dossier “Minicifre della Cultura”.

 

Un ulteriore approfondimento dei temi legati all’economia della cultura è stato offerto dal più recente interesse nei confronti della creatività che ha portato alla pubblicazione di alcuni studi tra cui il “Libro Bianco sulla Creatività”. Ad esso hanno fatto seguito altre ricerche volte ad analizzare il fenomeno dell’economia della creatività tanto a livello locale – come i rapporti sulla creatività commissionati di recente da un numero crescente di amministrazioni regionali e provinciali – quanto a livello nazionale(4).

 

Equilibri precari
La numerosità e la varietà degli studi e dei rapporti citati se da un lato testimoniano un’attenzione crescente verso la dimensione culturale, dall’altro fanno emergere la discrepanza esistente tra quanto enucleato a livello teorico e quanto sperimentato nella pratica. Il rapido susseguirsi degli eventi e l’affermazione di nuovi paradigmi anche in campo economico, con il diffondersi dell’economia della conoscenza e la notevole rilevanza acquisita dai fattori simbolici e identitari anche per i prodotti di largo consumo, hanno dato vita ad una trasformazione radicale che ha colto tutti di sorpresa.

 

In un mondo fluido, in continuo movimento le analisi che fotografano un determinato settore in un preciso momento sono certamente necessarie ma non più sufficienti, in quanto non riescono a fornire una visione prospettica di quello che succederà nel prossimo futuro. La realtà attuale ci impone un passaggio obbligato da una rappresentazione statica dei fenomeni economici e sociali ad una rappresentazione dinamica, costituita da una serie di immagini in movimento capaci di cogliere e anticipare le trasformazioni prodotte dai fenomeni emergenti.

 

La distanza prima citata aumenta considerevolmente se si prendono in considerazione le amministrazioni, sia centrali che periferiche, le quali continuano a voler veicolare un’immagine di cultura ancorata al passato che non tiene conto né della vera natura dei fenomeni culturali né dei cambiamenti in atto nelle società contemporanee. Lungi dall’essere un’entità statica, sempre uguale a sé stessa, la cultura è un processo che evolve nel tempo e che tiene conto delle trasformazioni che derivano dalle diverse capacità percettive, cognitive, emozionali e relazionali sviluppate delle persone nel corso del tempo.

 

I movimenti emergenti che animano il tessuto culturale contemporaneo generano un continuo rimescolamento delle carte, tale per cui la cultura risulta essere altrove rispetto alle tradizionali classificazioni che ben si adattavano a un modo di fare cultura ormai obsoleto. Eppure la miopia propria della maggior parte degli organi preposti  al governo della cultura nel nostro Paese deriva anche dall’incapacità della cultura di rappresentare e comunicare se stessa. Restando ancorata ad un’immagine che ben si adattava ai bisogni e ai desideri di chi fruiva prodotti e servizi culturali in tempi ormai lontani, il Sistema Cultura in Italia ha registrato un doppio fallimento.

 

Da una parte il rifiuto dell’esistenza di una dimensione economica anche nei beni e nelle attività culturali, che si è protratto per lungo tempo e che non è stato ancora del tutto superato, ha portato a sottostimare la cascata di benefici – diretti, indiretti e indotti – che il sistema culturale è in grado di generare. Tale rifiuto si è tradotto a sua volta in una visione distorta del comparto culturale da parte dello Stato, che non riuscendo a percepirne gli enormi vantaggi sia in termini economici che in termini sociali, ha sempre considerato la cultura una voce di costo nel bilancio nazionale. Un atteggiamento che si è ulteriormente aggravato con il passare del tempo, con la costante diminuzione delle risorse economiche investite in campo culturale.

 

Non è un caso se l’Italia registra primati tristemente negativi in questo settore essendo tra i Paesi che destinano una tra le quote più basse della propria disponibilità finanziaria a sostegno della cultura e di ambiti affini come la ricerca e l’istruzione. In controtendenza rispetto a quanto accade nella maggior parte degli altri stati europei, dove a causa della drammaticità della situazione economica attuale i governi hanno deciso di aumentare i fondi pubblici a favore dei sistemi scolastico e culturale, in virtù delle loro potenzialità di crescita, in Italia si è deciso di intraprendere la strada opposta, abdicando alla cultura a favore di uno stato di intorpidimento generale, che abbassa le nostre autodifese intellettuali e ci induce a credere che il nostro immenso patrimonio di conoscenze, saperi, tradizioni sia un oggetto superfluo che possiamo accantonare per far posto a qualcosa di più utile e remunerativo. La cultura si riduce, così, ad un mero strumento di marketing territoriale, usato per finanziare eventi di bassa qualità, al solo scopo di raccogliere maggiori consensi elettorali e di favorire gli interessi di poche e grandi lobby.

 

Non siamo solo tra i Paesi europei che investono meno in cultura, ma siamo anche tra quelli con il minor numero di laureati e con il più alto tasso di emigrazione giovanile. Inducendo un progressivo abbassamento del livello culturale della comunità e favorendo la fuga di cervelli verso gli stati esteri, l’Italia rischia nel lungo periodo di accumulare un ulteriore ritardo di sviluppo nei confronti degli altri Paesi dell’Ue, perché coloro che grazie alle proprie competenze e conoscenze dovrebbero aiutarci ad uscire dalla crisi, attraverso l’innovazione e la creatività delle proprie idee, avranno sviluppato altrove i propri saperi a vantaggi dei Paesi ospitanti.

 

Dall’altra parte la trasmissione di un’immagine ormai obsoleta di sé ha portato anche a una distanza sempre maggiore tra l’offerta e la domanda di cultura. L’eccessiva autoreferenzialità del sistema culturale e la scarsa attenzione ai bisogni e ai desideri del proprio pubblico sono al contempo causa ed effetto del non concepire la cultura come un processo che muta nel tempo. Il fruitore contemporaneo ha sviluppato un insieme di caratteristiche e comportamenti che lo rendono profondamente diverso dalle generazioni che lo hanno preceduto. L’attuale supremazia dei paradigmi cognitivo, emozionale e relazionale, richiedono nuove forme di offerta culturale capaci di rispondere ad un bisogno di partecipazione e condivisione che è diventato infungibile per l’attuale consumatore di cultura. Chi si appresta a compiere un’esperienza culturale necessita, oggi, di un sistema di offerta che lo accompagni prima, durante e dopo il processo di acquisto del bene o del servizio culturale e questo non può essere più ignorato dagli enti, dalle istituzioni e dalle imprese che offrono prodotti culturali materiali e immateriali.

 

Se i musei continueranno a percepire se stessi come luoghi preposti prima di tutto alla tutela e alla conservazione di opere d’arte, finiranno per essere visitati da un numero sempre più esiguo di fruitori che non troveranno al loro interno nessuno strumento di scambio e condivisione. I musei, come anche gli altri enti e istituzioni che producono cultura, dovranno imparare – senza venir meno ai loro compiti primari – a soddisfare i nuovi bisogni esperienziali dei fruitori perché solo in questo modo riusciranno a svolgere l’importante funzione educativa che spetta loro per definizione. E al contempo dovranno imparare a confrontarsi con quelle categorie di pubblico attualmente ai margini della società come i migranti e le persone disabili. Uno dei compiti fondamentali della cultura è, infatti, quello di favorire la diffusione della diversità attraverso l’utilizzo di linguaggi e forme espressive che sono per definizione universali e accessibili a tutti. Continuare a trasmettere un’immagine elitaria, non inclusiva e non aperta al confronto, limiterà il potenziale della cultura quale principale asset per il raggiungimento di una maggiore coesione sociale e di un diffuso benessere collettivo.

 

Un fattore che ha contribuito a ritardare ulteriormente l’incontro tra l’offerta e la domanda di cultura può essere ravvisato nell’eccessiva dipendenza degli enti e delle istituzioni culturali dai finanziamenti pubblici. La sicurezza di poter contare su una fonte di reddito indipendente dall’andamento della propria attività costituisce un disincentivo al miglioramento della qualità del proprio lavoro, che si ripercuote inevitabilmente sulla capacità di attrarre nuovi target di pubblico. Posto che per la sua natura di bene comune la cultura richiede in ogni caso un intervento da parte dello Stato per poter espletare le sue funzioni primarie, diventa necessario elaborare un nuovo modello di finanziamento basato principalmente sul merito. Le istituzioni culturali devono essere valutate in termini di risultati ottenuti e di obiettivi raggiunti e non in base ad una supposta aura di prestigio e autorevolezza, che in virtù di successi passati garantisce una consistente disponibilità di risorse anche nel presente. Un atteggiamento parassitario favorito anche dalla mancanza di una effettiva autonomia gestionale degli istituti e dei luoghi della cultura statali, che non potendo disporre liberamente delle entrate derivanti dalle proprie attività, non sono di fatto stimolati a migliorare i propri standard qualitativi e le proprie performance economiche.

 

La forte presenza dello Stato nel settore culturale genera anche un altro tipo di dipendenza che contribuisce ad aggravare ulteriormente la situazione già precaria in cui versa l’intero sistema. Lo stretto legame che si viene a creare tra enti e istituzioni culturali e amministrazioni appartenenti a determinati schieramenti politici impedisce una visione di lungo periodo, limitando di fatto gli investimenti volti al miglioramento della qualità delle proprie attività. L’impossibilità di assicurare una continuità politica, derivante dall’alternanza tra schieramenti politici opposti, non consente di elaborare una programmazione delle attività superiore alla durata di una legislatura – nei casi più fortunati. Non è raro imbattersi nel nostro Paese in progetti culturali iniziati e mai portati a termine a causa della mancanza di una visione comune che travalichi gli interessi personali e di partito.

 

Strettamente connesso a questi temi risulta essere la questione dei sistemi di valutazione dei progetti culturali adottati dalle pubbliche amministrazioni, al fine di finanziare le proposte maggiormente meritevoli. Lo stimolo alla creazione di nuove attività produttive in campo culturale attraverso l’elargizione di un contributo pubblico, rappresenta sicuramente una linea d’azione che va sostenuta ed incoraggiata, ma allo stesso tempo per non rischiare di investire risorse in progetti dalle basse potenzialità di crescita, si rende necessaria l’elaborazione di innovativi insieme di indicatori capaci di misurarne la validità  e l’efficacia a monte e a valle.

 

In uno scenario così costituito anche le imprese private non hanno molte possibilità di azione a sostegno della cultura, in quanto l’intervento del privato più che essere stimolato appare fortemente osteggiato. In Italia abbiamo ancora un quadro istituzionale troppo burocratizzato e comunque privo di un efficace sistema di incentivi che stimoli l’intervento del comparto produttivo a favore del settore culturale. Quando si parla di coinvolgimento del settore privato si tende a privilegiare il punto di vista delle imprese ragionando in termini di cosa le aziende sono in grado di dare alla cultura e mai in termini opposti cercando di vedere cosa la cultura è in grado di offrire alle aziende. Il settore culturale risulta essere un elemento chiave per l’industria, perché attraverso lo sviluppo di nuove idee e la trasmissione dei messaggi veicolati dalla contemporaneità può aiutare le imprese a interagire meglio con una società in continua evoluzione, realizzando un vantaggio competitivo basato sulla conoscenza anziché sui costi minori rispetto ai concorrenti.

 

Tutti fattori che si ripercuotono negativamente sulla capacità del settore culturale di creare nuova occupazione soprattutto per le giovani generazioni, che si ritrovano prive di certezze in un sistema economico e globale che ossessionato dal mito della ricchezza ha finito per cannibalizzare se stesso. E non hanno certamente giocato a favore la miriade di corsi di formazione universitaria e post-universitaria nati negli ultimi anni che cavalcando l’onda del fascino mediatico della cultura hanno portato ad un numero di persone laureate e iperspecializzate superiore a quanto il mercato del lavoro fosse in grado di assorbire.

 

Al fine di assicurare una maggiore incidenza della dimensione culturale nelle politiche di sviluppo nazionali e nella programmazione degli enti locali, risulta indispensabile istituire un rapporto dialogico tra il settore culturale e gli altri comparti produttivi. La cultura non è un ambito di intervento a se stante, in quanto risulta essere traversale a tutti gli altri. Ciò significa che nell’elaborare, ad esempio, un piano strategico per la gestione di una città oppure di una provincia, la cultura deve poter interagire con gli altri settori d’intervento, di modo che essa possa divenire ubiqua e quotidiana. Per far fruttare al meglio le proprie potenzialità la cultura non può essere consumata solo in determinate occasioni e in luoghi concentrati solo nelle zone centrali, ma deve pervadere di sé tutto lo spazio circostante.

 

Le istituzioni culturali devono imparare a dialogare tra loro e a non sentirsi in competizione le une con le altre, in quanto è solo cooperando che potranno raggiungere elevate performance qualitative e quantitative. Al contrario di altre tipologie di prodotti, i beni e i servizi culturali non sono in concorrenza tra loro, in quanto all’aumentare della frequenza delle esperienze culturali a cui si partecipa aumenta la quantità di prodotti culturali che si desidera consumare.

 

Intuizioni
I colori scuri del presente non devono costituire un deterrente per smettere di sperare che lo scenario futuro possa essere dipinto con colori chiari e vivaci. In un articolo apparso sul sito della casa editrice Verso Books, il filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno Slavoj Žižek a proposito dei movimenti di contestazione nati a seguito della crisi del sistema finanziario che ha messo in ginocchio l’intero pianeta ha raccontato un aneddoto per cercare di esemplificare la situazione vissuta e condivisa da milioni di persone nel mondo. L’aneddoto era ambientato nell’ex Germania Est e aveva come protagonista un operaio mandato a lavorare in Siberia. Sapendo che la sua corrispondenza sarà controllata dalle forze di polizia l’operaio concorda un codice di comunicazione con i suoi amici, stabilendo che quando scriverà con l’inchiostro blu sarà tutto vero, mentre quando scriverà con l’inchiostro rosso sarà tutto falso. Dopo mesi gli amici ricevono la prima lettera ed è scritta con l’inchiostro blu. La lettera dice che va tutto bene e che è tutto meraviglioso a parte il fatto che manca l’inchiostro rosso.

 

Forse l’assenza di inchiostro rosso è ciò che ha portato anche il settore culturale italiano alla deriva, alterando la nostra percezione della realtà. Vivendo a lungo in un mondo mummificato, e accettando in maniera tacita divisioni e classificazioni categoriali che non le appartengono, la cultura ha smesso di dialogare con il presente. Non più abituata al confronto e allo scambio con l’esterno, la cultura mostra oggi una acerbità molto forte nella sua capacità di immaginare prospettive e di generare fenomeni di ibridazione, mescolando i sensi e creando una fertilizzazione dei linguaggi.

 

Ma i tempi sono cambiati e il settore culturale non più permettersi di non prestare attenzione ai fenomeni emergenti che continuano a manifestarsi in modo scomposto e disomogeneo, in quanto manca un terreno di coltura fertile che ne stimoli la crescita. Un terreno che si compone di tre elementi: territorio, processi e mercati.

 

Per esprimere appieno le proprie potenzialità la cultura necessita di essere inserita all’interno di un palinsesto territoriale, attraverso l’elaborazione di un prospetto delle strategie e delle politiche culturali di medio e lungo periodo, che sappia ridefinire in modo chiaro sia i processi istituzionali che quelli manageriali, affinché gli organi preposti al governo della cultura comprendano cosa significhi strutturare in modo sapiente le opportunità offerte dai mercati.

 

L’intento di epos [1] è quello di restituire al settore culturale la sua abilità di capire prima degli altri i cambiamenti in atto e di intercettare con largo anticipo le nuove tendenze che attraversano i sistemi economico, politico e sociale, perché l’intuizione di come la cultura possa innervarsi nel tessuto cognitivo quotidiano è già oltre la visione corrente.

 

I contributi raccolti in questo numero speciale di Tafter Journal non rappresentano un tentativo poco riuscito di replicare il contenuto dei numerosi studi e rapporti che hanno già illustrato in maniera egregia e approfondita le caratteristiche e le componenti fondamentali del sistema culturale italiano. Le narrazioni qui presentate non intendono restituire una misura dell’impatto del settore culturale sul tessuto nazionale, né fornire una nuova tassonomia dei beni e delle attività culturali, ma attivare – attraverso un dialogo intergenerazionale – un processo critico che conduca verso un progressivo miglioramento delle forme di governo e di gestione dei beni e delle attività culturali, circostanziando soprattutto degli interrogativi e lasciando trasparire delle possibili risposte.

 

Più che seguire un approccio classico, basato su stime e indicatori numerici, si è preferito adottare un approccio dinamico che, indagando variabili di tipo qualitativo, risulta essere maggiormente efficace nell’individuazione dei fattori che possono stimolare lo sviluppo della cultura e che possono aiutare il settore pubblico a ritrovare il suo ruolo propulsore in tale ambito.

 

Data l’ampiezza del campo di attività in cui si è chiamati ad intervenire e la dimensione molteplice del concetto stesso di cultura, le storie raccontate non permettono di elaborare un resoconto conclusivo ed esaustivo; tuttavia esse sono la dimostrazione di come il settore culturale non sia per forza destinato a morire se accetta di affrontare il futuro, abdicando ai vecchi paradigmi e abbracciando i nuovi.

 

Note
(1) Un ulteriore strumento di analisi, utile alla comprensione del settore culturale in senso ampio, è rappresentato dal “Rapporto Annuale” che Federculture, l’associazione nazionale di cui fanno parte soggetti pubblici e privati che gestiscono le attività legate alla cultura e al tempo libero, pubblica con cadenza regolare a partire dal 2002.
(2) Si possono qui citare il rapporto realizzato nel 2009 dal Format per Confcommercio “Cultura e PMI”, che ha interessato un campione rappresentativo di mille imprese italiane di dimensioni medio-piccole; il rapporto “Arte, turismo culturale e indotto economico” presentato a febbraio 2009 e commissionato da Confcultura e dalla Commissione Turismo e Cultura di Federturismo; o ancora il rapporto Unioncamere-MiBAC “Il sistema economico integrato dei beni culturali”, prodotto dall’Istituto Guglielmo Tagliacarne nel 2010, in cui attraverso l’utilizzo di modelli econometrici, si documenta il sistema economico delle attività collegate al patrimonio e alle attività culturali in Italia.
(3) Tra le ricerche e i rapporti che fotografano uno specifico settore di riferimento è possibile citare: l’“Annuario dello Spettacolo”, il volume che la SIAE redige ogni anno a partire dalle informazioni raccolte dai suoi 650 uffici territoriali, al fine di monitorare l’andamento dell’industria dello spettacolo nel nostro Paese; il “Dossier Musei” e “L’Annuario del turismo e della cultura, entrambi curati dall’Ufficio Studi del Touring Club; il rapporto “La stampa in Italia” della Federazione Italiana Editori Giornali (Fieg), che si occupa del mercato della stampa giornalistica in Italia; il “Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia” che, curato dell’Associazione Italiana Editori, offre uno spaccato dell’industria libraria nazionale; il “Rapporto sulle biblioteche italiane”, edito dall’Associazione biblioteche italiane; il “Rapporto IEM” curato dalla Fondazione Rosselli, che dai primi anni novanta si occupa degli investimenti pubblici in comunicazione e cultura in Italia; il “Rapporto Fapav” sulla pirateria cinematografica in Italia; il rapporto su “Il Mercato e l’Industria del Cinema in Italia” che curato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo rappresenta il primo esempio di analisi economica del mercato cinematografico italiano, non solo dal punto di vista della domanda, ma anche da quello dell’offerta; il rapporto curato dall’Osservatorio sul Mercato dei Beni Artistici Nomisma sul mercato dall’arte moderna e contemporanea in Italia; il Rapporto Annuale sulle Fondazioni curato da Il Giornale dell’Arte, che da dieci anni osserva e analizza il mondo delle fondazioni di origine bancaria e la loro propensione ad investire in progetti artistici e culturali. A livello territoriale sono stati realizzati molteplici studi e ricerche volti a indagare il funzionamento del settore culturale a livello locale, mettendo in evidenza le peculiarità di singole regioni, province e città. Ne sono un esempio la Relazione Annuale pubblicata dall’Osservatorio Culturale del Piemonte (OCP) che restituisce una fotografia molto dettagliata del sistema culturale regionale, le elaborazioni e le valutazioni fornite dall’Osservatorio Regionale dello Spettacolo (ATER) della Regione Emilia Romagna in materia di spettacolo dal vivo; gli studi promossi dall’Istituto Regionale di Ricerca della Regione Lombardia (IRER) in ambito culturale.
(4) Si veda ad esempio la ricerca apparsa nel giugno 2011 “Industrie creative e culturali motore dell’economia nazionale”, promossa dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere.

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    [12] Image: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/4.0/

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