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La sfida della rinascita post-terremoto dei centri storici abruzzesi

Scritto da Manuela Ricci il 15 Luglio 2009 in Metropolis


Le motivazioni non possono essere limitatamente ascrivili alla stanchezza da tendopoli, o alla pur grave incertezza sulla consistenza del sostegno finanziario (che la recentissima conversione in legge del decreto potrebbe non essere sufficiente a dissipare). Sul disagio manifestato pesa anche – e molto – l’insostenibile attesa dell’avvio di una fase di programmazione della ricostruzione, che con chiarezza e trasparenza ponga onestamente i termini della questione: che la ricostruzione sarà lunga e difficile (dichiarazione ritenuta altamente impopolare e contraria alle elementari regole della politica nostrana), e che richiede l’avvio di un processo fondato su regole certe.
In questo disagio si legge pertanto una richiesta di aiuto e di ascolto che ci coinvolge, come tecnici del territorio, in prima persona.
L’Aquila offre, suo malgrado, un’occasione unica e straordinaria per attivare una comunità intera nella ricostruzione del proprio habitat, una comunità che non vuole subire ma guidare il processo di ricostruzione. In un momento disciplinare in cui l’approccio strategico ha pervaso ogni livello di pianificazione, la ri-progettazione partecipata di un luogo a fortissima connotazione identitaria, per una comunità così ampia, si presenta come la migliore delle opportunità possibili.
Quale comunità ha infatti più necessità di “disegnare il futuro” del proprio territorio di una comunità disastrata? Quale migliore impegno – mentale e fisico – per persone così duramente colpite e così bisognose di convogliare in un’attività concreta la propria operosità frustrata? Quale migliore garanzia di trasparenza dei processi?
Riferimenti metodologici non mancano (laboratori, contratti di quartiere, comunità progettanti); ma l’aspetto che più rileva evidenziare è che tale approccio si allinea perfettamente anche con le punte più avanzate della ricerca di settore in materia di vulnerabilità sismica (cui accenneremo successivamente).
Il coinvolgimento rappresenta quindi un’esigenza imprescindibile, e molto avvertita localmente, della ricostruzione abruzzese; non casualmente l’INU la individua, nella propria posizione ufficiale, come una priorità tra i “criteri generali” segnalati.
Ma c’è un’altra domanda sottesa nella protesta aquilana, neanche in modo tanto latente: riguarda la questione della ricostruzione dei centri storici maggiori e minori. Significativa, a tale proposito, la decisione di riaprire parte del centro storico (domenica 21 giugno) per far “respirare un po’ d’aria di casa” alla cittadinanza espulsa, che aveva rabbiosamente tentato di forzare i blocchi qualche settimana prima. La questione non è, naturalmente, di poco conto: il legame degli aquilani al cuore storico delle loro città non è solo e semplicemente l’attaccamento alle mura di una casa – che pure pesa – ma esprime con chiarezza il senso di appartenenza a qualcosa di irripetibile e insostituibile: l’ ”ambiente” del centro storico, inteso come insieme unico di luoghi e spazi storici, usi antichi e nuovi, memorie lontane e recenti, persone e vite. Pietre e sangue, oggi più che mai.
L’accento si pone non tanto sul patrimonio culturale in senso stretto, sul recupero del quale si è potuta rilevare una notevole attenzione, quanto proprio sul “prezioso tessuto abitativo, anche minore” segnalato da Settis.
Il testo del decreto appena convertito, all’art. 14, co. 5bis, affronta il tema non tanto in termini di indicazioni di principio, quanto proprio di metodo di intervento (e quindi andando anche al di là delle competenze).
Si prevede, infatti, che i Sindaci dei Comuni interessati predispongano “d’intesa con il presidente della Regione Abruzzo” e “sentito il presidente della Provincia nelle materie di sua competenza”, piani di ricostruzione del centro storico delle città “definendo le linee di indirizzo strategico per assicurarne la ripresa socio-economica e la riqualificazione dell’abitato, nonché per facilitare il rientro delle popolazioni sfollate nelle abitazioni danneggiate dagli eventi sismici del 6 aprile 2009”.
Naturalmente, va registrato con favore l’interesse per la dimensione non solo fisica della ricostruzione, connesso soprattutto alla necessità di ridefinire strategie di sviluppo economico per queste aree. Ci si augura, comunque, che tale indicazione normativa venga rapidamente tradotta, dalla Regione interessata (che fino a oggi ha lasciato totalmente al governo centrale il palcoscenico), nella definizione di adeguate prassi operative, interpretando il pesante ruolo attribuitogli dalla legge soprattutto in termini di disponibilità alla cooperazione e facilitazione al dialogo interistituzionale e intercomunale.
Urge quindi un contributo disciplinare che, attingendo alle numerose esperienze, di settore e non, fornisca possibili riferimenti metodologici e operativi.
E’ questo il momento di mettere in valore il cospicuo tesoro di elaborazioni teoriche e sperimentazioni applicative prodotto, spesso in seguito a eventi analoghi, dai nostri migliori centri di ricerca (non vogliamo ritenere vanamente). E’ questo il momento di impostare un’azione programmatoria che, assumendo come strumento di intervento il piano di ricostruzione previsto dalla legge, dia però modo alle amministrazioni locali di focalizzare obiettivi e strategie, prima di trovarsi a rincorrere i buoi fuggiti ….. Nel frattempo, infatti, sull’onda dell’emergenza abitativa (oggettiva, ma anche altamente mediatica), marciano gli espropri e le procedure di appalto per la realizzazione degli insediamenti sulle aree individuate dai (soli) geologi, e quindi secondo una logica che sarà molto difficile – se non impossibile – armonizzare ex post con le nuove linee strategiche che si chiede ai comuni di definire.

Le esperienze cui attingere sono sostanzialmente di due tipi:
– il primo filone di ricerca, di cui si cercherà di tracciare brevemente gli esiti più interessanti, attiene più da vicino alle tematiche della prevenzione del rischio sismico;
– il secondo riguarda possibili riferimenti per la programmazione, guardando in modo più allargato alle esperienze regionali in tema di interventi complessi di riqualificazione urbana.
A tale proposito non ci si riferisce, infatti, solo agli strumenti specifici dei Programmi di recupero delle regioni Umbria e Marche, che pure hanno garantito la necessaria unitarietà degli interventi ricostruttivi, ma anche a un ampio bagaglio di esperienze che affrontano il problema della rivitalizzazione dei centri storici (in particolare di quelli cosiddetti minori) con la logica dell’integrazione e della multisettorialità.
Quella che si pone, in sostanza, è una questione di metodo, prima ancora che di individuazione di tecniche specifiche di intervento, sfruttando le analogie esistenti tra gli sforzi di rinnovare e rivitalizzare il ruolo di un centro in declino e quelle di ricostruire, spesso reinventare, un ruolo per un centro severamente menomato nelle sue componenti materiali e immateriali.
Analizzare in parallelo gli esiti dei due filoni di ricerca evidenzia in realtà una grande quantità di attinenze tematiche, e ciò non deve particolarmente sorprendere, in ragione dell’alto grado di multidisciplinarietà che caratterizza entrambi gli ambienti scientifici.
In prima battuta gli spunti operativi più fertili provenienti dal secondo ambito di ricerca potrebbero essere rappresentati da:
– le iniziative che hanno preso in adeguata considerazione la questione del ruolo territoriale del centro storico (i bandi Civis e Domos della regione Sardegna), percorrendo la strada dell’intercomunalità;
– le esperienze in cui si è posta particolare attenzione all’importanza della definizione preliminare di una visione strategica (oltre ai già citati bandi sardi, la legge umbra 12/2008) per la rivitalizzazione dei centri;
– l’avanzato stato di maturazione delle esperienze di scambio pubblico/privato negli strumenti di programmazione complessa; – la numerosa famiglia delle iniziative d’incentivazione e sostegno alla localizzazione di attività economiche nei centri storici, un tempo fondate soprattutto sulla disponibilità di finanziamenti UE, ora sempre più orientate alla definizione di meccanismi facilitativi di natura procedurale e fiscale (ancora una volta la recente legge umbra).
Se si passano poi rapidamente in rassegna le esperienze di studio e sperimentazione di interventi di prevenzione del rischio sismico, occorre evidenziare subito come da sempre gli esperti del settore abbiano dedicato attenzione particolare proprio al tema dei centri storici.
Il valore identitario e testimoniale del “bene” centro storico (e del paesaggio in cui esso si situa) è seriamente messo in pericolo dalla sottovalutazione dei pericoli derivanti dalle diverse fragilità del territorio. Ma è proprio nei centri storici che, probabilmente, il tema può essere declinato in modo peculiare, affrontando con il supporto delle diverse competenze disciplinari alcuni interrogativi di fondo (il territorio storico è realmente più fragile di quello contemporaneo?) e aprendo nuove prospettive di studio e lavoro (centri storici luoghi sicuri?).
Sulla necessità, anzitutto di approcciare il tema della salvaguardia e valorizzazione dei centri storici non limitandosi a considerare il solo insediamento ma anche il territorio circostante, il paesaggio agricolo, le relazioni funzionali e morfologiche con le addizioni urbane, concordano teorici e tecnici non solo delle discipline attinenti il governo del territorio, ma anche delle scienze della terra, in particolare di quelle che si occupano di studio e prevenzione del rischio sismico (progetto S.I.S.M.A. ).
Si è assistito quindi a una evoluzione del dibattito che, partendo dal tema della sicurezza dell’isolato, si è progressivamente ampliato fino a includere l’intero centro storico e il suo sistema di relazioni con l’intorno. Il concetto di sicurezza del sistema urbano è quindi acquisizione ormai diffusa, con implicazioni che riguardano sia la necessità di una interrelazione più stretta con la pianificazione territoriale e la programmazione delle opere pubbliche, che quella di una maggiore interdisciplinarietà e transcalarità degli approcci.
Il percorso di ricerca segue fin dagli anni 80 due filoni paralleli di lavoro:
– la messa a punto di metodi e tecniche di misurazione del rischio;
– le implicazioni in termini di indicazioni e indirizzi per la pianificazione territoriale e urbanistica.
Sotto il primo profilo, rileva l’elaborazione del concetto di vulnerabilità urbana (applicato a Città di Castello da A. Borri), che oltre alla componente di rischio derivante dal sistema edilizio indaga anche quelle derivanti dalle infrastrutture, dai servizi e dagli edifici strategici; si afferma quindi una logica sistemica che considera il centro storico come un insieme di parti interagenti di natura fisica e funzionale.
Sul secondo fronte, attraverso una lunga serie di esperienze – avviatesi in Emilia Romagna fin dagli anni 80 – si è giunti alla definizione di Struttura Urbana Minima (Fabietti ) come “insieme degli edifici e degli spazi, strutture, funzioni, percorsi, in grado di garantire la ripresa e il mantenimento della funzionalità del sistema urbano durante e dopo l’evento sismico”. Si tratta, in sintesi, di una “città nella città”, da individuarsi e proteggere in modo specifico per garantire la funzionalità minima del centro urbano in caso di eventi catastrofici. La lettura della città – e della sua vulnerabilità – per parti funzionali rappresenta quindi la coerente premessa a un approccio progettuale che mira ad individuare funzioni e connessioni nodali per la massima efficienza possibile del sistema in emergenza, come in via di prima sperimentazione si è fatto a Nocera Umbra (Diptu, “Sapienza”, Università di Roma, gruppo di lavoro coordinato da M. Olivieri).
Da queste rilevanti acquisizioni – cui si accompagnano diverse esperienze sperimentali successive (Offida, Rosario e Montecucco…) – le linee di ricerca nel campo della prevenzione del rischio si sono ulteriormente evolute, in connessione con il parallelo dibattito sul governo del territorio, in direzione dell’approccio strategico. Il coinvolgimento della popolazione locale, la diffusione informativa, la condivisione delle scelte di programmazione di strategie e interventi per la sicurezza urbana sono sempre più presenti anche nelle linee operative della Protezione Civile, che di questo ne ha fatto uno slogan altamente significativo: “citizen the first rescue”.
Territorio, valori storici, edilizia minore, comunità: queste le leve strategiche su cui intervenire, anche sotto il profilo tecnico. Per quanto, infatti, la storia sismica del nostro territorio insegni che non esiste una tipologia insediativa più esposta al rischio di altre – in modo particolarmente drammatico il terremoto abruzzese testimonia che spesso l’urbanizzato recente ha subito danni più consistenti di quello storico – è nei centri storici feriti che si deve giocare in modo particolarmente attento la partita della ricostruzione. Ciò in ragione di alcune peculiari condizioni di questa specifica realtà insediativa:
– il ruolo dei centri storici come presidi territoriali, luoghi che una comunità (messa in condizione di farlo!) fruisce e conserva in ragione del loro irrinunciabile valore testimoniale;
– il ruolo dei centri storici come luoghi del buon vivere, connotati da alti livelli di qualità ambientale;
– il significato dei centri storici minori come luoghi della sicurezza sociale, in cui una comunità solidale fronteggia le minori possibilità di accesso ai servizi, e si sostiene mutuamente nell’organizzazione della vita quotidiana.
Queste tre leve possono giocare un ruolo attivo e di primaria importanza nella sfida della rinascita.
E’ possibile però continuare a garantire qualità, tutela delle specificità culturali e attrattività solo se implicitamente si assume il concetto di sicurezza fisica del territorio storico; affrontare e lavorare seriamente su questo tema, oggi così tragicamente attuale, potrebbe consentire la costruzione di un ulteriore importantissimo fattore di “competitività insediativa” di questi contesti.

Bibliografia

Fabietti, W. (1999), Vulnerabilità e trasformazione dello spazio urbano, Firenze, Alinea.
Settis, S. (2009), Le nuove priorità dell’edilizia, su “Terremoti”, supplemento de “La Repubblica”.


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