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Quando l’arte produce effetti sull’ambiente

Scritto da Giulia Agusto il 16 Febbraio 2009 in Reti creative

1. Tra arte e scienza

Il legame tra arti e scienze è sempre stato vivo e presente nella storia della civiltà occidentale, sebbene rafforzato in alcuni periodi ed allentato in altri. Si pensi anche solo all’opera di Michelangelo o di Leonardo Da Vinci per i quali i limiti tra discipline artistiche e scientifiche erano molto labili e facevano riferimento ad una visione di tipo sistemico ed olistico.
Da un punto di vista propriamente legato alla disciplina artistica, esistono delle pratiche cosiddette di “arte ambientale” caratterizzate da un’identità effimera e localizzate in un luogo specifico. Queste pratiche possono anche coinvolgere, accanto agli artisti, gli stessi scienziati. Si tratte di opere d’arte, nel caso specifico, molto lontane dalla tradizionale fruizione museale. La genesi di questa forma d’arte che richiama ad uno stretto rapporto con la natura e con essa gioca e interagisce, si colloca durante gli anni Sessanta quando si cominciano a vedere i primi esempi di Landart.
E’ proprio in questi anni che si colloca l’accresciuta consapevolezza del rapporto di interscambio forte esistente tra ambiente ed arte. Un legame che vive di effetti reciproci che sono sempre più riconosciuti e valutati anche ad un livello politico ed istituzionale.

2. L’impegno istituzionale a favore della riduzione dell’impatto ambientale

Nel mondo anglosassone, ed in Gran Bretagna in particolare, l’impegno delle istituzioni verso la diminuzione dell’impatto sull’ambiente delle attività di cultura si basa anche su una serie di recenti ricerche effettuate direttamente nel settore dell’arte e dello spettacolo. Tra queste si colloca la ricerca commissionata dall’Arts Council of England e dalla rete Ifacca (International Federation of Arts Council and Culture Agencies) per indagare il rapporto e le pratiche legate alla sostenibilità ecologica esistenti in campo culturale a livello internazionale, dalla quale emerge un quadro di buone pratiche in termini di supporto alle organizzazioni artistiche.
Sulla base di un questionario somministrato sia a ministeri della cultura che a singole organizzazioni di produzione artistica, si è esplorato l’impegno in termini di sostenibilità ambientale da parte dei rispondenti attraverso l’analisi, ove esistente, delle politiche attuate e delle risorse di staff utilizzate per tale obiettivo.
Le dimensioni analizzate si sono riferite a: tipologia di iniziative messe in atto; metodologie applicate; motivazioni inerenti la scelta effettuata; rischi ed obiettivi futuri; volontà di ampliare le pratiche esistenti.
Ciò che emerge dalla ricerca è che gli interventi di alcuni ministeri della cultura a livello internazionale si sono focalizzati tanto sulla progettazione di interventi concernenti questioni sociali ed ambientali, che sul supporto a buone pratiche. Se gli interventi iniziano in modo molto semplice, essi diventano poi più complessi in misura molto graduale e tendono ad assumere forme di attività di tipo collaborativo col tempo, generalmente attraverso interazioni di tipo interdisciplinare che includono scienze, pianificazione e rigenerazione urbana e territoriale, sulla base di una condivisione paritaria di sistemi teorici e prospettive differenti ed integrate.
Le motivazioni che generalmente conducono ad intervenire nel settore sono molteplici e differenziate: dalle pressioni esercitate dal sistema legislativo, alle aspettative derivanti dagli stakeholders, alle motivazioni legate ad efficienza e risparmio, alle opportunità di collaborazione con altri settori, fino al supporto a un maggiore coinvolgimento sociale. Gli interventi non sono però scevri da rischi legati all’assenza di politiche a lungo respiro con responsabilizzazione effettiva di membri dello staff; la cronica deficienza di risorse del settore evidentemente costituisce un enorme svantaggio dato che non si riesce ad intervenire in misura pianificata e costante, né tantomeno a comunicare in modo efficace le attività effettuate, conducendo, in questo modo, ad una scarsa consapevolezza da parte del pubblico che non di rado considera questi interventi come meramente strumentali.
In realtà le buone pratiche che emergono, ove illustrate, fanno riferimento ad un linguaggio fortemente intriso di concetti legati ad innovazione, opportunità, trasformazione, internazionalità che fanno ben sperare in un atteggiamento di apertura e di volontà di acquisire un ruolo rilevante in termini di cambiamenti a livello ambientale e sociale. I progetti che pur riguardando temi quali la partecipazione condivisa, l’uso creativo dei rifiuti, o nuovi approcci all’economia, si rifanno a metodi ed obiettivi propri della pratica artistica tradizionale, quali il coinvolgimento della comunità, l’offerta di molteplici punti di vista, prospettive ed espressioni e l’utilizzo di varie discipline (Hartley, 2008).
In questo humus si colloca una strategia perseguita a livello istituzionale dal governo britannico, il quale ha realizzato un piano di sviluppo sostenibile elaborato da Dipartimento britannico per la cultura, i media e lo sport dal quale emergono alcune linee di intervento basate su una serie di linee guida: il supporto in termini di sviluppo sostenibile a mostre ed eventi secondo lo standard BS 8901; il supporto conoscitivo per la gestione energetica sostenibile; il coinvolgimento di giovani talenti in iniziative di economia sostenibile; l’esplorazione di schemi per l’utilizzo di energie alternative; la pubblicizzazione dei risultati ottenuti dai progetti impegnati nello sviluppo sostenibile (DMCS, 2008).
Tra le varie iniziative istituzionali legate alle politiche di salvaguardia ambientale in ambito artistico, di rilievo appare il “Green Theatre Programme for London”, impegnato a fornire supporto ai teatri nell’elaborazione di pratiche atte a diminuire l’impatto dei processi di produzione artistica sull’ambiente e a dare rilievo alle attività di salvaguardia.
Il programma si basa sull’analisi dell’impatto dell’industria teatrale che è stato calcolato pari a 50.000 tonnellate di emissioni al carbonio. Un effetto giudicato come rilevante e dunque sufficientemente allarmante da proporre linee guida per il risparmio energetico, che è poi l’obiettivo principale del progetto dell’amministrazione cittadina londinese. Essa ha approntato una serie di strumenti per la misurazione dell’impatto prodotto attraverso il cosiddetto “carbon calculator” che permette di acquisire sempre maggiore consapevolezza rispetto all’effetto sull’ambiente circostante di tutte le decisioni prese a livello organizzativo: dal momento delle prove, alla costruzione dei set, alla rappresentazione vera e propria, fino alla chiusura. Il ciclo di produzione si considera in ciascuna delle sue fasi costitutive e per ciascuna di esse sono individuati i punti da seguire per essere più efficienti dal punto di vista energetico (London Council, 2008).

La certificazione inerente l’impatto sostenibile degli eventi

Esempio precursore di standard che regola il rapporto tra evento culturale e sostenibilità ambientale, la certificazione BS 8901 – British Standard Institute for sustainable event management, prevede nel Regno Unito dei requisiti per la progettazione e la gestione di eventi di tutti i tipi, dalle grandi conferenze, ad eventi quali le Olimpiadi, a festival musicali fino ad eventi all’aperto. La catena di produzione dell’evento è interessata sin dal suo primo anello. Lo standard si riferisce sia agli organizzatori di eventi, che ai luoghi utilizzati per ospitare grandi kermesse che alle singole organizzazioni o agli individui compresi nella supply chain in modo da gestire gli impatti ed i rischi sociali, finanziari ed ambientali connessi alla gestione di un progetto di evento complesso.
Il sistema prevede infatti controlli ed indicazioni rispetto alla sostenibilità dell’evento con attenzione al budget, l’implementazione di azioni per ridurre le emissioni nocive, e l’elaborazione di sistemi per facilitare una pianificazione efficiente; si propongono inoltre metodi per favorire il riutilizzo delle strutture utilizzate, e strumenti di supporto rispetto agli effetti sociali prodotti, al coinvolgimento della comunità, e rispetto agli effetti economici intesi quali investimenti locali e vivibilità a lungo termine (BSI, 2008).

3. Gli effetti sull’ambiente prodotti dall’industria musicale

In tema di valutazione degli effetti prodotti sull’ambiente dalla produzione artistica, sicuramente pioneristico è il report elaborato dall’ Oxford University Environmental Change Institute (2008). Esso si è focalizzato da una parte sull’analisi delle emissioni di anidride carbonica prodotte dagli eventi musicali, dall’altra sull’elaborazione degli iter propositivi verso la ricerca di giuste modalità di riduzione delle emissioni nocive nel campo dell’industria musicale. Partendo dal presupposto che il settore è comunque molto frammentato ed accoglie al suo interno sia grandi aziende che un numero elevato di piccole e medie imprese, si comprende quanto l’apporto di ciascuna di loro in termini di impatto ambientale possa divenire considerevole. Sebbene una delle difficoltà della ricerca sia legata alla difficoltà di reperire informazioni utili e rigorose sull’uso energetico in un settore così complesso, la ricerca ha nondimeno evidenziato che, in termini di sostenibilità, il settore della musica si caratterizza per una tendenza naturale ad atteggiamenti e pratiche di tipo collaborativo ed, in qualche misura, cooperativistico, facilitando in questo modo l’adozione di pratiche sostenibili.
Lo studio si è focalizzato prevalentemente sulle emissioni prodotte dalle attività collegate alla produzione di musica e agli eventi di musica dal vivo. Tra le attività analizzate rientrano la gestione vera e propria, la promozione, l’esibizione dal vivo, la registrazione, pubblicazione, distribuzione e vendita. Non sono state analizzate le attività inerenti i dispositivi deputati all’ascolto, il merchandising, gli strumenti e le attrezzature musicali, né quanto legato ai processi di educazione musicale.
Lo studio ha raccolto dati derivanti da un centinaio di fonti ed ha considerato cento casi studio riguardanti l’uso energetico nella registrazione di musica e nelle performance. I dati sono stati raccolti garantendo la rappresentatività sia di piccole che di grandi aziende impegnate nel settore in modo da fornire un quadro il più esaustivo possibile delle dinamiche presenti e su una serie di interviste ai direttori generali in modo da raccogliere dati qualitativi per integrare i dati quantitativi e per orientare una tendenza previsionale sul breve e medio-termine.

I risultati della ricerca

I risultati si riferiscono alle emissioni di gas serra prodotti nella catena di produzione che va dalla creazione alla vendita della musica e che comprende le compagnie e le etichette discografiche, l’ editoria musicale, gli studi di registrazione, i produttori, i distributori, le agenzie di trasporto per i cd, i rivenditori e download digitali. I
dati si riferiscono ad un ordine di grandezza pari a 134 milioni di album venduti nel Regno Unito nell’anno 2007, dei quali il 90% su supporto cd. Si tenga conto che l’industria musicale britannica ha un valore pari a sei miliardi di sterline quanto a spesa annua del consumatore. Per avere un’idea delle dimensioni del mercato , si pensi che nell’industria musicale italiana i dati relativi alla discografia “tradizionale” -CD, DVD e vinili- relativi all’anno 2006, hanno fatto registrare un valore al dettaglio pari a circa 607 milioni di € (Ordanini, Mizzau, 2007).
Le emissioni relative alle attività inerenti registrazione e pubblicazione sono state stimate intorno ai 138.000 tonnellate di equivalenti di anidride carbonica per anno. Le emissioni di gas serra derivano prevalentemente dalle attività di uffici, magazzini e negozi al dettaglio, attrezzature elettriche degli studi di registrazione, componenti e imballaggi di cd, processi di produzione di cd, mezzi per il trasporto dei cd, immagazzinaggio di musica su server (musica digitale). Mediamente l’inquinamento effettuatosi nella catena di produzione di un CD in Gran Bretagna è pari a circa un kg di gas equivalenti di anidride carbonica.
Per quanto riguarda l’effetto degli eventi live e dei festival, l’analisi è stata condotta considerando un numero di 500 festival e su 2.200 luoghi deputati alla musica, senza considerare gli innumerevoli eventi che hanno sede in luoghi non strettamente connessi alle performance musicale (es. hotel, bar ecc.).
I gas serra prodotti si aggirano intorno alle 400.000 tonnellate l’anno, di questi il 60% è prodotto dal pubblico che viaggia in auto per raggiungere l’evento. Un terzo è associato all’uso energetico effettuato dalle strutture che ospitano concerti e festival, mentre il restante va ricondotto al trasporto di attrezzature ed artisti.
A queste cifre vanno aggiunti ulteriori dati derivanti dagli effetti prodotti sull’atmosfera dal sistema di viaggi e trasporti connessi alle attività musicali; in questo caso i gas nocivi raggiungono la ragguardevole cifra di circa 416.000 tonnellate all’anno. Di questi il 43% risulta essere prodotto dai viaggi effettuati dal pubblico, il 25% dagli eventi musicali dal vivo, il 26% dalle attività connesse alla registrazione, il 5% dai festival musicali e l’1% dalle società operanti in ambito musicale.
Per avere un ordine di idee rispetto alle grandezze, si consideri che le emissioni complessive di gas serra prodotte dalle aziende attive nel settore dei servizi e presenti nel “Carbon Disclosure Project” (CDP, 2007), vanno da un minimo di mezzo milione fino a 6 milioni di tonnellate di gas equivalenti dell’anidride carbonica; l’inquinamento prodotto dall’industria musicale in Gran Bretagna è pari a 540.000 tonnellate per anno di equivalenti dell’anidride carbonica.

4. Conclusioni

Nel rapporto tra produzione artistica ed ambiente, sembra sempre più chiaro che l’acquisizione di consapevolezza, attraverso studi, ricerche e think-thank può essere la chiave attraverso cui sensibilizzare pubblico e società verso la responsabilità di ciascuno per raggiungere obiettivi di diminuzione dell’inquinamento a livello globale.
Sebbene il settore culturale sia riconosciuto come un’industria a basso impatto ambientale se paragonata ad industrie pesanti come le industrie siderurgiche o legate a petrolio e gas, esso mantiene comunque una responsabilità rispetto agli effetti prodotti dall’inquinamento atmosferico. In questo caso, come in molti altri, la cultura può essere chiamata, per via della grossa influenza sociale che può esercitare, oltre che per una riconosciuta funzione di stimolo al pubblico dibattito, a rendere noti gli effetti ed il peso che le attività legate alla produzione connessa ad attività cosiddette immateriali, producono sull’ambiente.

Bibliografia

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Carruthers, B., (2006), Art in Ecology – A Think Tank on Arts and Sustainability, Vancouver
Cassar, M., Cockroft, N., (2008), Full Review of the Literature consisting of 10 Matrices on the Effect of Climate Change on Cultural and Sporting Assets, Centre for Sustainable Heritage, The Bartlett School of Graduate Studies, University College London, Londra
Department of Culture, Media and Sport, (2008), Sustainable Development Action Plan 2008-2011, Londra
Greater London Authority, (2008), Green Theatre, Taking action on climate change, Londra
Hartley, J., (2008), Arts and Ecological Sustainability, Analysis of responses and commentary, Arts Council England, Londra
Ordanini, A. e Mizzau, L. (2007), Rapporto sull’Economia della Musica in Italia, Centro ASK-Bocconi, Milano

Sitografia

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    [11]

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