Post2PDF Stampa questo articolo Segnala l’articolo
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • FriendFeed
  • StumbleUpon
  • Twitter
  • Wikio

Tafterjournal n. 1 - ottobre 2007

L’Italia che se ne va

di

Rubrica: Metropolis

Parole chiave: , ,

Mentre si svolgono dibattiti e convegni sul valore dell’identità culturale, nell’ultimo decennio tre miliardi di metri cubi di nuove costruzioni hanno divorato paesaggio e testimonianze storiche in ogni angolo del paese. Al di la del fraseggio di maniera, le ragioni della tutela restano ancora subordinate a quelle dello sviluppo inteso come crescita quantitativa di metri cubi e asfalto. E la separazione tra pianificazione del paesaggio e pianificazione urbanistica può ora costituire un alibi per ulteriori scempi.Forse mai come in quest’ultimo decennio, segnato dai processi della globalizzazione, si è fatto riferimento al patrimonio culturale e al paesaggio come fattori costitutivi dell’identità nazionale e come risorse su cui fondare i processi di riconversione economica. Infiniti sono stati i convegni sul rapporto tra beni culturali, paesaggio ed economia; moltissimi i corsi di laurea ed i master per il management dei beni culturali; fiumi di parole sono stati spesi su questi argomenti nei programmi politici e amministrativi.
In realtà è molto probabile che questo decennio passi alla storia per la più vasta e massiccia aggressione al paesaggio del dopoguerra, ancora più di quanto non accadde durante il “boom economico” degli anni ’60.
Se da un lato la stagione dei condoni edilizi, premiando chi ha abusato, ha sanato gli scempi ambientali e ridotto la credibilità delle istituzioni in materia di governo e controllo del territorio (ingenerando diseducative attese di ulteriori sanatorie), dall’altro complici distrazioni politiche hanno trascurato gli effetti della spinta speculativa del settore immobiliare che, nelle incertezze dei mercati finanziari, ha esercitato pressioni poderose in ogni angolo del paese.
Nell’interessante convegno dello scorso 19 giugno promosso da Legambiente a Roma sul tema “Paesaggio: futuro italiano prossimo”, Lorenzo Bellicini, direttore tecnico del Cresme , ha fornito alcune anticipazioni sull’entità delle nuove costruzioni di edilizia residenziale in Italia dal 1998 ad oggi, affermando che in questi anni si è registrata “la maggiore produzione della storia del paese pari a 53 metri cubi ad abitante”. Se confermato, siamo in presenza di un dato di proporzioni gigantesche che merita la dovuta riflessione; 53 metri cubi ad abitante, infatti, significano circa 3 miliardi di metri cubi, equivalenti a 10 milioni di alloggi di 100 metri quadri ciascuno. Questa produzione è sufficiente a soddisfare il fabbisogno di 30 milioni di abitanti: metà della popolazione nazionale. Tutto questo è accaduto in un paese che, nello stesso decennio, si è mantenuto demograficamente stabile solo grazie all’apporto dell’immigrazione. Siamo dunque in presenza di una smisurata produzione di seconde case, ed oltre.
Inoltre, come sempre è accaduto nel mercato immobiliare, questa enorme produzione non ha ridotto minimamente il prezzo degli alloggi che, al contrario, hanno subito vertiginosi aumenti: sempre secondo il Cresme per comprare un alloggio occorrono oggi 20 anni di salario medio contro i nove degli anni ’60. Il propulsore di questo processo è stata la “rendita immobiliare” alla quale non è stata contrapposta nessuna concreta politica di governo del “bene territorio”. I danni sono enormi.
Sul piano sociale si è acuita ovunque la crisi abitativa coinvolgendo fasce crescenti di famiglie con redditi medi bassi. Il danno ambientale, dunque, non solo non è servito ad alleviare i disagi delle giovani coppie e di quanti aspirano all’acquisto della prima casa ma, al contrario, ha reso ancora più difficile la loro risoluzione. La crisi dei mutui sub prime negli Stati Uniti, con i suoi devastanti effetti sui mercati finanziari mondali, è lo specchio eloquente di un mercato immobiliare drogato dalla speculazione che, da un lato ha spinto il sistema bancario verso prestiti spregiudicati, dall’altro ha obbligato le famiglie ad assumere impegni economici superiori alle proprie capacità di solvenza.
Sul piano della mobilità si sono accentuati, talvolta fino all’esasperazione, i fenomeni della congestione urbana. Ormai nelle grandi città si costruisce all’esterno dei raccordi e delle tangenziali; così facendo si moltiplicano i tempi per i collegamenti casa-lavoro, con tutto ciò che ne consegue in termini di costi sociali e di perdita di qualità della vita, senza che vi sia stato il minimo impegno per una strategia di rilancio del trasporto pubblico.
Sul piano territoriale sono stati consumati milioni di ettari di suolo, ossia di paesaggio e luoghi panoramici, talvolta straordinari, come ben si vede girando la penisola. Il fenomeno della produzione edilizia (a differenza di quanto accadde negli anni ’60 sulla spinta del processo d’industrializzazione e dei fenomeni d’inurbamento dal mezzogiorno verso il nord del paese) non ha interessato solo le grandi aree metropolitane ma l’insieme del territorio nazionale, compresi i centri minori e le campagne. Oggi siamo di fronte a fenomeni crescenti di irrazionale dispersione urbana; alla diffusione di quartieri, villaggi e capannoni di ogni genere nelle periferie urbane e nelle campagne come in prossimità dei centri storici e delle aree di pregio paesaggistico. I comitati sorti in questi ultimi anni per denunciare scempi ambientali, anche in regioni come la Toscana dove paesaggio e cultura rappresentano uno straordinario motivo di notorietà e promozione, ne sono una tangibile testimonianza.
Mentre la rendita immobiliare ha fatto affari da capogiro, i costi pubblici per governare le criticità della crescita urbana e della diffusione sul territorio di nuovi insediamenti sono sicuramente cresciuti, ben oltre gli oneri di concessione che pagano i costruttori ai Comuni e che spingono i sindaci ad inopinate scelte espansive per far quadrare i propri bilanci. Senza considerare il costo sociale dovuto alla riduzione dello straordinario bene comune che è il paesaggio italiano.
La pressione speculativa dell’ultimo decennio ha interessato tutti i paesi occidentali, ma la risposta non è stata omogenea. In Germania nel 1998 il governo ha elaborato un piano nazionale per la riduzione del consumo di suolo da 130 a 30 ettari giornalieri. La Gran Bretagna ha fissato l’obiettivo di soddisfare mediante riuso delle aree urbane esistenti una quota di edificazione non inferiore al 50-60 per cento. In Francia le leggi sul paesaggio rurale e sulla montagna impongono che le nuove edificazioni avvengano esclusivamente in continuità con i nuclei insediativi esistenti. In Italia, con la ricchezza di storia, cultura e paesaggio che abbiamo, non c’è stata nessuna limitazione. L’ultima legge nazionale che si è posta l’obiettivo di tutelare coste, boschi, fiumi e aree di pregio paesaggistico, la legge Galasso, risale al 1985. Dopo questa legge c’è stato il vuoto o, peggio ancora, qualche tentativo parlamentare, come quello della cosiddetta legge Lupi approvata alla Camera nel giugno del 2005 e fortunatamente non approvata al Senato, con la quale ci si proponeva di rendere ancora più vulnerabile il territorio. Basti ricordare che tra gli obiettivi della proposta di legge vi erano, tra l’altro, la cancellazione del principio stesso del governo pubblico del territorio (sostituito dalla contrattazione negoziale pubblico-privato), la cancellazione degli standard urbanistici e la separazione della tutela del paesaggio dalla pianificazione urbanistica. Con questa impostazione, allo Stato sarebbe rimasta la competenza di pianificare le aree vincolate per fini paesaggistici e ai Comuni quella di “contrattare” nel resto del territorio costruzioni e infrastrutture, ossia i piani dei metri cubi e dell’asfalto. Così facendo si sarebbe circoscritta la tutela solo ad alcune limitate porzioni di territorio (le zone di vincolo e i parchi intesi come “isole” di qualità) lasciando il resto, in primis le campagne e le colline, alla mercè della logica espansiva e della pressione speculativa che stanno trasformando il territorio italiano in un continuum di case, capannoni e infrastrutture.
Neppure il panorama regionale sembra aver fornito risposte adeguate alla gravità dei fenomeni. Solo la Regione Sardegna si è dotata di un piano paesistico redatto sulla base dei contenuti della Convenzione europea del paesaggio, recepita nel nostro ordinamento con il D.L. 42/2004; una convenzione che impone di ragionare su valori d’insieme e su standard di qualità per l’intero territorio e non solo per i beni sottoposti a vincoli paesaggistici e culturali. Altre Regioni hanno avviato il procedimento per la formazione dei piani paesaggistici previsti dal Codice dei beni culturali e del paesaggio ma, allo stato, il lavoro sembra rimanere confinato agli ambiti di protezione (i vincoli) senza interagire con la complessità del territorio, con le altre scelte di programmazione e quindi con la qualità globale delle trasformazioni morfologiche. Anche laddove leggi regionali, come quelle toscane sul governo del territorio, affermano solennemente che “nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali sono consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti” non è raro veder prolificare insediamenti di ogni genere a ridosso dei centri storici o nello stupendo paesaggio rurale toscano. In realtà, in nome di una generica autonomia, le scelte di governo del territorio sono sempre più delegate, consapevolmente, alla discrezionalità dei Comuni, ossia agli anelli più deboli nel rapporto rendita-consumo di suolo. Non si tratta, ovviamente, di negare l’autonomia e la responsabilità delle amministrazioni locali nel governo del territorio; quello che sta mancando è la programmazione nazionale e regionale con scelte chiare e con strumenti prescrittivi in grado di garantire la conservazione e la valorizzazione del nostro patrimonio storico e naturale. Un patrimonio che ha uno straordinario valore proprio per la vastità e la varietà di paesaggi, di stili e di culture che si sono stratificate nei secoli senza soluzione di continuità e che, proprio per questo, richiedono di essere tutelati nel loro insieme, con criteri omogenei su tutto il territorio nazionale. Senza questo scenario di riferimento le autonomie regionali e locali rischiano di trasformarsi in autarchie che possono far perdere al paese identità e competitività anche perché, giudicando dai processi in atto, la tendenza non sembra essere generalmente quella della valorizzazione delle tipicità locali, ma piuttosto una pericolosa spinta verso l’omologazione dei paesaggi, delle costruzioni e delle offerte turistiche anche in ambito nazionale.
Si pone dunque una domanda. Quali sono le ragioni che portano da un lato ad affermare la centralità del patrimonio culturale e paesaggistico e dall’altro a negarla con azioni di governo, quotidiane e diffuse, che vanno in tutt’altra direzione?
Le risposte possono essere molte ma, a mio giudizio, una rappresenta il nucleo centrale dal quale, a catena, discendono comportamenti politici e istituzionali incoerenti con l’assunto iniziale.
Al di là delle enunciazioni di rito (oggi nessuno affermerebbe mai di voler distruggere cultura e paesaggio), nella concreta azione di governo si avverte la mancanza di coerenza strategica e la tendenza ad un’estenuante “mediazione” tra tutela e sviluppo, negando alla prima, nei fatti, la possibilità che essa stessa possa essere occasione di sviluppo. Sono sempre più diffusi i casi nei quali le amministrazioni affrontano il tema della tutela e del recupero di qualche emergenza culturale come contrappeso a scelte territoriali che presuppongono invece distruzione di paesaggio e di memoria storica. Uno “scambio” che spesso avviene addirittura per atti negoziali tra chi effettua interventi invasivi sul territorio e le amministrazioni pubbliche che richiedono “risarcimenti”.
Nella realtà la conservazione dei valori culturali e paesaggistici resta un tema residuale del governo del territorio e dell’economia, da regolare una volta che sono stati risolti quelli che vengono considerarti i nodi reali dello sviluppo: le infrastrutture, le espansioni urbane, gli insediamenti produttivi e, più in generale, le attività suscettibili di offrire subito “posti di lavoro”, edilizia compresa.
Permane dunque una sostanziale dicotomia tra tutela e sviluppo dove la prima, ancora oggi, è sostanzialmente vista come un freno per il secondo. Forse si spende di più per il marketing dei beni culturali e del paesaggio a fini turistici ma non è affatto detto che a questo maggiore investimento corrisponda un’accresciuta consapevolezza del loro valore sociale ed economico.
Da qui la tendenza a considerare parchi e aree protette come “isole di protezione” e a separare la pianificazione paesaggistica da quella generale del territorio: la prima allo Stato e alle Regioni, la seconda ai Comuni ai quali compete, con i piani urbanistici, prevedere infrastrutture e costruzioni. Due mondi separati e non comunicanti, sia spazialmente che per competenze istituzionali.
Ma anche laddove, per scelte autonome dei Comuni, la responsabilità della tutela e della programmazione territoriale ha finito per coincidere nello stesso ente, si stenta a comprendere come scelte incoerenti possano seriamente pregiudicare il valore, anche economico, del paesaggio e delle testimonianze culturali. E’ il caso del “sistema dei parchi della Val di Cornia”, in provincia di Livorno: un’esperienza di tutela e valorizzazione integrata di beni archeologici e paesaggistici scaturita negli anni ’80 da scelte autonome di pianificazione urbanistica coordinata dei Comuni che oggi, pur in presenza di rilevanti risultati sia per la quantità dei beni valorizzati che per le ricadute economiche sull’economia locale, non riescono a contrastare le pressioni di attività estrattive che stanno distruggendo il patrimonio archeologico e paesaggistico già valorizzato, la pressione antropica sulle coste protette che sta seriamente compromettendo i sistemi dunali, le pressioni speculative che non risparmiano neppure aree agricole di grande pregio paesaggistico e storico.
Esiste dunque un vero e proprio problema politico-culturale sul quale è opportuno concentrare l’attenzione poiché senza la chiara percezione che la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico costituisce, essa stessa, un fattore non marginale dell’economia, sarà difficile ottenere coerenti ed efficaci azioni di governo in questo settore.
Le ragioni della dicotomia tra tutela e sviluppo, se da un lato vanno ricercate nella debolezza della cultura politica, dall’altro trovano terreno fertile laddove la tutela viene vissuta come iniziativa “autoreferenziale” tralasciando la valutazione delle ricadute sull’economia e l’integrazione con il territorio. Atteggiamenti che spesso portano a considerare secondari anche i temi della gestione del patrimonio facendo apparire i parchi come mero luogo del “vincolo” senza un’effettiva utilità sociale. Se i soggetti preposti alla tutela di un parco ritengono che la loro missione si esaurisca con la conservazione dei beni individuati con l’atto istitutivo, non c’è da stupirsi se un sindaco ritiene che le esigenze della tutela siano soddisfatte entro quei perimetri e che il resto del territorio sia disponibile per le esigenze dello sviluppo. Analoghe considerazioni possono essere fatte per i musei ed il patrimonio storico-archeologico in generale.
In realtà paesaggio e cultura sono beni costitutivi del territorio e dell’identità di una comunità. Sono beni che possono restituire alle stesse comunità vitalità sociale, culturale ed economica. Ma la condizione è che le strategie di governo, in primo luogo le politiche territoriali, siano in grado di stabilire rigorose coerenze per la tutela e la valorizzazione dell’identità locale. Se si considera realmente una risorsa, l’identità culturale non solo va difesa dalle aggressioni immediate, ma va utilizzata anche per definire le trasformazioni future, distinguendo ciò si può fare da ciò che non può essere ammesso, pena la perdita di valore e di competitività della risorsa stessa.
E’ invece largamente diffusa l’opinione, e la pratica, secondo la quale importante è il come si concepisce una determinata trasformazione e non il se quella trasformazione possa essere ammessa; come se la qualità architettonica di un manufatto, da sola, potesse sopperire all’incoerenza urbanistica, culturale e paesaggistica. Si tratta di posizioni generalmente subalterne a logiche che vedono nella crescita quantitativa, e non in quella qualitativa, il principale indicatore dello sviluppo.
Il decennio che ci lasciamo alle spalle ci consegna questa contraddizione: un fraseggio rituale sul valore, anche economico, del nostro patrimonio identitario e un macroscopico cedimento alla speculazione immobiliare che si è mangiata milioni di ettari di paesaggio e testimonianze della cultura in ogni angolo del paese: un Italia che se ne va.
Occorre dunque una risposta forte, in primo luogo culturale e politica, in grado di arginare un fenomeno strutturale che sta sottraendo beni essenziali per la costruzione del futuro. In gioco non è solo la salvaguardia di qualche suggestivo scorcio panoramico o qualche borgo medioevale ma la possibilità stessa per l’Italia di competere sul teatro globale.